Editoriale

di Laura Blandino e Jacopo Conti

Crepuscoli dottorali, n. 4 (pdf integrale)

Il tema scelto per questo quarto numero di Crepuscoli dottorali è quello del ritorno, un concetto che offre diverse possibilità di declinazione e interpretazione. “Ritorno all’ordine”, “revival”, “riproposizione”, “vintage”, “attualizzazione” sono solo alcune delle molteplici accezioni in cui il termine “ritorno” può essere coniugato: filosofia, letteratura, arti visive, musica, cinema, teatro, nuovi media e in un certo senso anche la cultura di massa si sono a lungo interessati a questa tendenza. Essa è stata oggetto di molteplici e differenti analisi, che hanno dato luogo ai più differenti esiti e significati. È questo infatti un tema ricco di sfumature, che offre inoltre molte possibilità di dialogo e scambio tra diversi linguaggi e aree culturali, obiettivo che si propone questa rivista.

Questo argomento si presta a diverse riflessioni: in primo luogo, assumono particolare rilievo le considerazioni riguardanti la storia e la memoria; tali concetti collocano in una dimensione spaziale e temporale l’idea del ritorno, che viene ricostruita tramite un processo retrospettivo, necessariamente arbitrario. Benché il ritorno si proponga di rievocare una passata stagione, tale operazione si rivela nei fatti utopica, in quanto non solo non è possibile ricostruire un tempo passato, ma il privilegiare un certo periodo su di un altro implica già a priori una scelta precisa. Per non parlare delle componenti nostalgiche insite in questo tema (nostalgia, quasi sempre, di un tempo che non si è vissuto, e quindi ulteriormente idealizzato). La stessa classificazione dei diversi momenti storici e delle diverse correnti è prova di un continuo affacciarsi del ritorno; concetti come classicismo, modernità e tutti i conseguenti neo- e post- sono anche il risultato di operazioni di riproposizione o ri-elaborazione:

Forse è così per ogni fenomeno o effetto di invecchiamento, che non si spiega con la sola distanza temporale, ma col verdetto pronunciato dalla storia. […] Ciò che è stato compiuto e realizzato può essere tranquillamente dimenticato ed essere tuttavia custodito nel presente. Invecchiato è solo ciò che è fallito, la promessa inadempiuta del nuovo che non si è realizzato. […] L’odio per il moderno e quello per l’invecchiato sono immediatamente la stessa cosa[1].

Nell’idea di ritorno sono impliciti concetti molto spesso contrastanti, volti al contempo al passato e al futuro; esso infatti si presta sia ad un utilizzo reazionario, sia a un’interpretazione avanguardistica. Si è fatto ricorso a tale tema in una chiave nostalgica, di rimpianto di un tempo sempre visto come migliore di quello attuale (“Si stava meglio quando si stava peggio”) oppure come elemento per l’invenzione di una tradizione del nuovo.

Questi reticoli di convenzioni e routine non sono “tradizioni inventate”, poiché la loro funzione – e dunque la loro giustificazione – è di natura tecnica piuttosto che ideologica (in termini marxiani, appartengono alla “base” piuttosto che alla “sovrastruttura”). Sono destinate a facilitare alcune operazioni pratiche ben definite, e vengono prontamente modificate o abolite di fronte al mutare delle esigenze pratiche, tenendo sempre conto della forza d’inerzia che ogni pratica acquista con l’andare del tempo, e delle resistenze psicologiche opposte all’innovazione da chi a quella pratica si è assuefatto[2].

Always coming home (1985) è il titolo di un romanzo di Ursula K. Le Guin che suggerisce come alla nozione di ritorno si accosti inevitabilmente una dimensione di cambiamento, data non solo dalla differenza spazio-temporale, ma influenzata anche dall’interpretazione del modello a cui ci si accosta, perchè “non si vede due volte lo stesso fiume”: si modificano gli occhi che osservano, i contesti, i tempi; nulla resta identico, proprio perchè filtrato attraverso il concetto di ritorno. Tale idea implica necessariamente modifiche e adattamenti del modello originale a cui ci si ispira, da cui ci si discosta inevitabilmente.

In maniera analogamente arbitraria, le varie interpretazioni del ritorno hanno guidato i diversi saggi presentati in questo numero, che siamo molto felici di poter aprire con il contributo della professoressa Rachel M. Sailor, la quale presenta in questa occasione un saggio in cui al tema del ritorno si intrecciano considerazioni sulle origini culturali del fotografo Ansel Adams (1902-1984). Così come la storia, anche la geografia può avere una sua interpretazione idealizzata: l’articolo Ritorno a un paese immaginato si concentra sull’idea di ritorno a un luogo offerta dagli artisti americani Joseph Stella (1877-1946) e Lyonel Feininger (1871-1956). Proprio intendendo il ritorno in ambito geografico, Aelfric Bianchi presenta, con il suo articolo Arrivano i nostri! (lettura di Swades,2004, del regista Ashutosh Gowariker), il brain gain che si sta attuando in India, ovvero il fenomeno di rientro dei cervelli dopo la loro fuga, sia per ragioni di studio che imprenditoriali, all’estero; nonostante gli attriti culturali ne scaturiscono, è anche a questo fenomeno che un paese così legato alle tradizioni come l’India è oggi una delle principali potenze mondiali.

Un’interessante declinazione del concetto di “ritorno” ci è data da Chi ha paura di Biancaneve? di Miriam Visalli dell’Università di Torino, altro graditissimo intervento esterno in questo numero, che offre uno sguardo e un’analisi della recente serie televisiva Once Upon a Time, in cui personaggi delle fiabe “tornano” nel meccanismo della narrazione – questa volta televisiva – dovendosi però adattare agli Stati Uniti contemporanei e, soprattutto, ai nuovi metodi narrativi della serialità televisiva (soprattutto dopo Lost). Quello in atto, in questo caso, è un fenomeno che può essere visto come una declinazione particolare della rimediazione, ossia il “ritorno” a comportamenti già esistenti passando però attraverso un altro medium. La rimediazione attraverso i social network è il tema principale dell’articolo di Lorenzo Denicolai (Dinamiche comunitarie 2.0), nel quale vengono fatti inoltre riferimenti a importanti eventi storici recenti i quali hanno preso le mosse proprio dalla nuova quotidianità medializzata del computer.

L’articolo di Stefania Cretella (Il revival della ceramica italiana visto attraverso l’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1884) propone un’idea di ritorno legata a una visione storica; ritorno che si configura piuttosto come recupero e riproposizione di una determinata epoca per attualizzarne i valori portanti, percepiti come fondamentali anche per una società completamente cambiata. Stefania Cretella individua nella ceramica italiana, e nelle arti decorative più in generale, il riflesso di una tendenza più ampia che nell’interpretazione e stratificazione di modelli stilistici individua la sua cifra peculiare. La riproposizione e la riattualizzazione di repertorî preesistenti sembra anche essere diventato il fil rouge che collega alcuni tra i dischi più recenti di importanti nomi del rock e, più in generale, della popular music anglofona contemporanea: Sentimental Journey di Jacopo Conti è una rassegna critica di alcuni di questi dischi che cerca di dare un significato a tale tendenza, dando soprattutto risalto alla vena nostalgica (come nel caso di Paul McCartney, che ha reinciso le canzoni amate dai suoi genitori, o di Ringo Starr, che ha recentemente intensificato la sua produzione facendo costanti riferimenti alla sua gioventù), ma senza dimenticare le motivazioni politiche (il folk che si riafferma come strumento di protesta durante il secondo mandato Bush).

A seguire il nucleo monografico, la sezione miscellanea denominata “Flussi” (assente nello scorso numero, per cui – sebbene non abbia volutamente collegamenti con il tema principale – si può definire anche questo un ritorno…) presenta due pezzi a firma di Mario Calderaro (il secondo dei quali è un’intervista a Francisco Lòpez). In chiusura, la consueta parte dedicata alle recensioni.

Mantenendo aperta la possibilità che il tema del “ritorno” non possa, a sua volta, tornare in un futuro numero di Crepuscoli Dottorali, Vi auguriamo buona lettura.

 Ottobre 2012


[1] T. W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Einaudi, Torino 1994, pp. 102-103 (ed. originale Minima moralia. Reflexionen aus dem beschädigten Leben, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1951).

[2] E. J. Hobsbawn, Introduzione: Come si inventa una tradizione, in E. J. Hobsbawm e T. Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino 1994, p. 5 (ed. originale The invention of tradition, Cambridge University Press, Cambridge – New York 1983).

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