Dinamiche comunitarie 2.0 – Atti e azioni nei social network

di Lorenzo Denicolai

Crepuscoli dottorali, n. 4 (pdf integrale)

Abstract

La quotidianità mediale ci consente di compiere azioni comodamente seduti davanti al pc. Per certi aspetti, però, la tecnologia non ha fatto altro che aiutarci a ri-scoprire determinate abitudini ed esigenze che appartengono al nostro bagaglio bio-fisico e che oggi, con l’aiuto massiccio di media, siamo nuovamente in grado di soddisfare. Con l’unica differenza dell’essere rimediati da un medium. Anche l’agire (e l’agire collettivo) rientra in questo processo di rimediazione. Si tratterebbe dunque di ritorni a comportamenti già vissuti, già provati e che adesso ritornano, sotto altra veste ma con la medesima forza aggregante. Talune recenti vicende socio-politiche internazionali potrebbero peraltro essere testimonianza anche di un mutamento dell’organizzazione sociale, al punto da poter sostenere che la tecnologia e l’ambiente social abbiano ormai un peso specifico rilevante nella condizione umana quotidiana (non solo come svago ma come generatore di istituzione o di voce collettiva). Partendo da alcuni aspetti della filosofia del linguaggio, si cercherà di sottolineare problematicamente alcuni punti dell’argomento, ponendoli come introduzione a successivi approfondimenti.

Everyday mediality allows us to act comfortably sitting in front of a computer. But, to a certain extent, technology helped us just to re-discover old habits and needs belonging to our bio-physical nature, satisfiable again thanks to the massive help of new medias. Even acting (and collective acting) belongs to this process of remediation. They’re returns to already lived, already tried behaviors, now coming back under a new skin but with the very same aggregating strength. Some recent international socio-political events could testify a change in social organization, allowing us to say that technology and social-network environment have a relevant importance in everyday human condition (not just as amusement, but as a generator of institution or collective voice). Starting with some aspects of philosophy of language, we shall problematically point some elements about the topic, presenting them as an introduction for future insights.

La quotidianità mediale offre un ampio paradigma di possibilità espressive. Voglio dire che l’utilizzo dei sistemi mediali è diventato oramai così implicitamente parte della nostra espressività che ce ne serviamo in modo automatico, un po’ come facciamo con la voce quando vogliamo parlare o con un gesto quando indichiamo un oggetto. L’uomo sociale teorizzato da Aristotele nella Politica è l’unico essere vivente dotato di voce, l’unico in grado con la parola di «mostrare l’utile e il dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto», sapendo peraltro che queste facoltà consento, tra il resto, di avere una finalità pratica: «la comunanza di queste cose [cioè di avere percezione del bene, del male, del giusto… ] crea la casa e la città»[1]. Ma come creiamo oggi «la casa e la città» con i media interattivi? Qual è oggi, nella nostra tarda modernità, il ruolo della parola, mediata dalla tecnologia?

All’inizio del suo saggio sugli atti linguistici, Searle si chiedeva «in che modo le parole hanno rapporto col mondo?». In che modo le parole – e tutto ciò che esse comportano – si rapportano con la nostra quotidianità tecnologica? Qualsiasi utente che abbia un minimo di dimestichezza con ambienti come Facebook o Twitter e tutti gli altri spazi di networking sa bene che il tasto “Condividi” (o “Retweet”) è di fatto il maggior responsabile di ogni azione sul social network. È una specie di lasciapassare magico che consente di sentirsi parte di una comunità (o di una community). Quando clicco con la freccetta del mouse sul tasto azzurro, tutti i miei contatti sanno a che cosa penso o sto facendo in quel momento. Sembra così di avere a che fare con una formula magica che immediatamente irradia nel network il mio pensiero. Dall’istante successivo – da quando cioè il mio contenuto è pubblicato in bacheca – il post non è più soltanto mio, ma è di tutti. Anche questo piccolo gesto mediatico è una condivisione, è quello che in gergo alcuni chiamano sharare, italianizzando il verbo to share, diffondere, appunto. La potenzialità del network mediale consente però di condividere – e dunque di rendere noto – anche il proprio bagaglio emotivo. Non più soltanto attraverso le parole, ma con una convivenza di linguaggi che rendono il medium interattivo una superficie in grado di raccogliere più codici espressivi.

L’attualità tecnologica pare nascondere dei caratteri in realtà ricorrenti e insiti nella natura umana; caratteri che, con la spinta ipermediativa, tendono a riaffiorare e a ri-affermare la propria necessaria presenza. Che l’uomo sia un essere sociale è cosa risaputa e non è necessario pensare alle piattaforme di social networking per sostenere con certezza questa posizione. Tuttavia, e paradossalmente, è con la diffusione di simili ambienti che una grande parte di popolazione mondiale pare avere ri-scoperto questa innata tendenza aggregativa. È, per l’appunto, un ri-scoprire, nel senso di ri-svegliare dentro il sé un comportamento bio-fisico che spinge a esserci, a partecipare, a sentirsi inserito attivamente in un tutto pressoché infinito e indefinibile che motiva l’esperienza mediale. A differenza, cioè, di quanto si verifica di fronte a medialità che oggi, ispirandoci a McLuhan, definiremmo più o meno calde, con l’ambiente social l’utente è inconsapevolmente invitato a dare voce al proprio sé. La generazione dello spettatore, del pubblico che criticamente si affaccia al bordo della quarta parete o davanti allo schermo (cinematografico o televisivo) lascia posto a uno spett-attore, a un individuo in grado di collaborare alla realizzazione di un messaggio collettivo. Il desiderio risvegliato di partecipare, di essere immerso in una realtà sociale che riconosce le individualità e contemporaneamente le fonde nell’insieme del noi è istanza sociale che risponde, evidentemente, a una intenzionalità collettiva.

Parto da una constatazione al limite del banale. L’attualità tecnologica ha favorito e aumentato le possibilità di scrittura. Oggi, ognuno di noi comunica maggiormente attraverso lo scritto piuttosto che con la voce. Come ha sostenuto numerose volte Maurizio Ferraris (e la sua tesi della Documentalità), grazie ai media tecnologici scriviamo moltissimo: fino a poco meno di vent’anni fa era impensabile scambiarsi quotidianamente una quantità così elevata di documenti scritti. Con l’avanzare delle mail, con i messaggi su cellulari e oggi con la logica 2.0, tutto è scrittura. Addirittura lo è la chat il cui significato letterale, per paradossale etimologia, è “chiacchierata”. Se chiacchiero con un mio amico in chat, sto scrivendo o parlando? Probabilmente sto compiendo entrambe le azioni, ma è indubbio che io stia utilizzando la scrittura per una comunicazione istantanea. L’istantaneità è una delle caratteristiche fondamentali della comunicazione orale, di quello scambio dialettico cioè che si instaura normalmente tra due o più persone che condividono o una spazialità o una temporalità (se non entrambe le condizioni). Durante una telefonata, ad esempio, io e il mio interlocutore siamo contemporaneamente presenti ed è questa presenza comune a rendere possibile il nostro dialogare[2]. Viceversa, di fronte a una lettera o, spesso, a una mail, io non posso avere la certezza di condividere almeno una condizione spazio-temporale con il mittente. L’istantaneità presuppone tra il resto una necessaria presenza all’evento, che nel nostro caso è il dialogo comunicativo. E questa presenza si manifesta con diversi codici linguistici. Se sono al telefono, naturalmente, si tratterà di suoni (interiezioni, onomatopee, parole). Se invece lo scambio comunicativo avviene vis-a-vis, posso ricorrere anche a elementi mimici e gestuali. Generalizzando, posso dire che la condizione di istantaneità si verifica ogni volta che io sono inserito in un contesto comunicativo basato sull’oralità. In questa direzione, gli studi, tra gli altri, di Walter Ong sulle «tecnologie della parola» sono molto chiarificatori. In una società primaria infatti, l’unico strumento per comunicare, per consegnare alla memoria collettiva un concetto era il ricorso alla parola. Una parola, come sappiamo, ben diversa da quella odierna, ma paradossalmente non così distante – a livello di strutture morfologiche e di tecnologie espressive – da talune forme di espressione mediatica e sociale che sono comunemente presenti anche nella nostra quotidianità[3]. Si trattava evidentemente di una parola multicodica, ossia basata su una stratificazione di linguaggi che venivano utilizzati contemporaneamente nell’atto performativo dell’oratore: oltre al suono, il gesto, la mimica, la danza e il ritmo. La performance poetica dell’aedo greco in epoca pre-letteraria doveva essere dunque il risultato di un continuo alternarsi di codici, nel tentativo di destare l’attenzione della collettività e di portarla, con l’aggiunta della dinamica narrativa, a una conseguente partecipazione emotiva all’evento stesso. Solo in questo modo era possibile consegnare alla memoria collettiva fondamentali insegnamenti etici e garantire la perpetuazione della cultura tradizionale. Nella nostra modernità tecnologica, gli elementi multicodici paiono paradossalmente riaffiorare nella medialità, dando nuova linfa al peso della parola, che, nonostante sia «permanentemente basata sull’uso della scrittura»[4], appare nuovamente caratterizzata da una certa forza significativa, al punto da poter ipotizzare una sua reale efficacia semiologica. Detto in altri termini, al di là di ogni dibattito sulla veridicità o meno dell’immagine e della rappresentazione (a partire dalla mimetica platonica), con l’attuale modernità tecnologica ci troviamo in una condizione ambivalente, per cui la parola, resa visibile e percepibile grazie a una sua manifestazione grafica, viene certamente considerata un segno; ma in realtà, può assumere il valore di un segno efficace, ossia di un qualcosa che eserciti un’effettiva ricaduta su un gruppo sociale.

Torniamo alla nostra chiacchierata digitale. Scrivo ma in realtà parlo, ossia utilizzo delle strutture mentali e morfologiche che appartengono all’espressività orale. Con le emoticon, poi, esprimo il bagaglio mimico e gestuale che normalmente accompagna la fonazione e che è normalmente parte fondamentale della trasmissione orale del messaggio. La pluricodicità, che nella tradizionale oralità primaria era la fusione di più codici linguistici (suono, gesto, mimica, ritmo…), nel medium interattivo ri-emerge anche attraverso la riorganizzazione continua di grafemi, utilizzati non soltanto con la consueta sintagmatica alfabetica, quanto piuttosto come moderni ideogrammi: «i nuovi significati si presentano attraverso l’accoppiamento di ideogrammi già esistenti, e non attraverso la creazione ex novo»[5]. Che cos’è d’altronde l’emoticon se non il risultato di una nuova sintassi di segni già significativi? L’utilizzo delle faccine grafiche, ottenute da una diversa combinazione dei segni di interpunzione e delle lettere alfabetiche, è dunque la sostituzione rappresentativa (e la riproduzione) di elementi che appartengono alla normale espressività umana e condensata in un alfabeto visivo. Ma che, di fatto, rendono ancora più forte la paradossale declinazione orale del sistema conversazionale interattivo. Insomma, la chat è a tutti gli effetti uno spazio in cui la voce diventa visibile e in cui, grazie alla scrittura, si può assistere alla manifestazione di tutti gli elementi tipici della comunicazione istantanea.

Facciamo un passo avanti. Le piattaforme di social networking hanno assimilato queste e altre potenzialità espressive e comunicative, al punto tale da poter essere considerate degli aggregatori di servizi. Su Facebook[6] ho un ampio ventaglio di possibili azioni: posso inviare e ricevere mail come su un normale servizio di posta elettronica, posso interagire con i contatti (connessi e non connessi), posso naturalmente pubblicare notizie, immagini, video, musiche e condividere con la rete sociale tutto ciò che ritengo meriti di essere diffuso. Non mi dilungo su queste opportunità, che dovrebbero essere ormai di conoscenza comune. La diffusione di materiale, come dicevo all’inizio dell’approfondimento, comporta anche una serie di “risposte” o di feedback da parte degli altri utenti del mezzo. Ogni post in bacheca può essere commentato, apprezzato (Like/Dislike)[7] e nuovamente condiviso (anche con utenti che non appartengono alla propria cerchia di contatti), ripreso e modificato in altri post (dunque arricchito, criticato, riletto… ). È sufficiente lasciare un segno di sé per dare l’impressione di partecipare, di essere parte di una community. Anche quando “partecipare” significa, per l’appunto, semplicemente apprezzare. Sostengo quindi che l’utente è inserito in una realtà comunitaria e può condividere con essa il proprio bagaglio esperienziale ed emotivo. Che cosa succede, in fondo, nei gruppi sociali reali, in cui lo stesso appartenere è sintomo di condivisione di credenze e di idee? Cito un semplice esempio. Se appartengo a un gruppo di cinefili, è perché condivido con gli altri membri un determinato tessuto culturale e un interesse specifico. Con loro, potrei organizzare un cineforum, oppure un appuntamento settimanale per vedere un film e commentarlo criticamente. Se il gruppo è però specializzato in film drammatici, è evidente che per farne parte io devo condividere – e conseguentemente accettare – questa direzione. Altrimenti, verosimilmente, rischio di essere escluso dall’insieme. La condivisione, inoltre, presuppone anche una compartecipazione. Ad esempio, alle attività che il gruppo organizza. Se non sono mai disponibile e non sono mai presente alle riunioni e ai cineforum, probabilmente finirei per essere messo da parte. Allo stesso modo, compartecipare significa anche investire emotivamente nell’insieme. Se un componente del gruppo è colpito da una disgrazia, facilmente gli altri membri del gruppo partecipano a questo suo problema. Questi mi sembrano comportamenti evidenti e spontanei. Nella nostra epoca della tecnologia mediale, le cose non cambiano di molto. Semplicemente si ingigantiscono, vengono cioè amplificate dal medium medesimo. Che, come è stato brillantemente intuito da Bolter, è un medium in grado di rimediare. Perché su Facebook ho la possibilità di ripetere tutte le azioni che ho descritto per il gruppo[8]. Il social network ci rimanda a una serie di azioni che, così come nella realtà, è possibile compiere anche nell’ambiente mediale. La differenza con la realtà quotidiana (ammesso che la virtualità del network non sia reale) è che in questa particolare era tecnologica, le nostre azioni risultano, appunto, rimediate, ossia riprodotte, ripetute da un medium tecnologico e collettivo. Da qui potrebbero ripartire le nostre disquisizioni sulla veridicità o meno del prodotto mediatico, come già accennavo in precedenza per la chat[9].

È naturalmente vero che, con Facebook, la mia relazione diretta è con un computer, con una macchina. Ma, a differenza di precedenti esperienze (gli ambienti di simulazione come Second Life,ad esempio), il web 2.0 e gli ambienti di social networking appartengono a una virtualità differente, ambivalente: essa mi mette in contatto con qualcuno di reale, con un utenteal di là dello schermo in uno spazio apparente[10]. Io, rimediato dal medium, ho a che fare con un altro utente, a sua volta rimediato, in un gioco riflessivo che origina delle immagini in grado di comunicare tra loro. Oppure immagini che possono fungere da “segreteria telefonica” quando uno dei due è assente, ossia quando non è presente la condizione di contemporaneità temporale. Diciamo quindi che io posso avere a che fare con un utente rimediato (ma presente) o con un utente rimediato (ma assente).In generale, avremmo a che fare con delle nostre rappresentazioni:saremmo forse due «simulacri» per dirla con Baudrillard, ossia due sostituti dell’essere. Tuttavia, si tratterebbe, nel caso di un utente rimediato presente, di appartenere al «primo ordine»[11] di simulacro, non totalmente robotizzato e dunque non inserito in un ricircolo di codici ripetitivi, quanto piuttosto una riproduzione che «non abolisce mai la differenza: presuppone sempre la divergenza sempre sensibile del simulacro e del reale»[12]. E questo scarto è dato ad esempio dalla possibilità di esprimere se stessi, di dare voce alla propria razionalità, anche grazie allo scambio dialettico che può verificarsi su una bacheca di Facebook, esattamente con la stessa dinamica che riscontravamo nella chat. Più complesso è il caso dell’utente rimediato ma assente. Saremmo forse di fronte a un simulacro di secondo ordine, cioè di un sistema che «semplifica il problema, assorbendo le apparenze, o liquidando il reale»[13]? In pratica, avremmo a che fare con immagini (i nostri profili) che sostituiscono e che, dunque, non sono altro che ripetizioni, rappresentazioni di rappresentazioni? Se interagisco con un profilo di un utente presente (cioè connesso), evidentemente è visibile lo scarto tra l’essere e la sua rappresentazione. Se l’altra persona risponde a un mio input iniziale (ad esempio con commenti reciproci sulla bacheca o tramite i messaggi privati o, ancora, tramite chat) ci troveremmo in un processo dialettico, per quanto rimediato dal medium. Ma se mi relaziono con un profilo di un utente assente (cioè non connesso), le cose cambiano. Inevitabilmente, il mio dialogare, meglio il mio chattare, non è più tale, ma si riduce a una comunicazione scritta e dunque non istantanea. In questo caso io parlerei con la rappresentazione dell’utente, dunque con una sua copia, con un sostituto. Anche la mia comunicazione, per quanto possa essere linguisticamente costruita su modelli relazionali immediati (dunque con una strutturazione orale), diventa una comunicazione essenzialmente scritta. Si perderebbe, cioè, quell’ambivalenza di fondo per cui la chat è sia scritta sia soprattutto parlata, in quanto basata sull’utilizzo di caratteri grafici (l’alfabeto) con una logica sonora e multicodica (la voce, i gesti e la mimica attraverso le emoticon).

Proviamo a ordinare un po’ i concetti sopra presentati, utilizzandoli in realtà per affrontare un’altra questione di primaria importanza. Abbiamo accennato a come l’uomo tecnologico[14], inserito in un tale contesto di interazione e di riflessione (ossia di riflessività con le immagini di sé create dal medium), possa vivere una nuova esperienza comunitaria. Detto in altri termini, egli può ri-vivere e ri-scoprire delle abitudini e delle esigenze biofisiche in realtà mai eliminate ma soltanto sopite dentro di sé e oggi riportate in auge dalla potenzialità del medium. La connessione perenne, l’essere sempre e comunque raggiungibili e parte attiva di una rete sociale virtuale consente poi di verificare l’esistenza o meno di quelle famose «estensioni» di cui parlava già McLuhan con mezzo secolo d’anticipo. L’uomo tecnologico, in effetti, pare essere alfiere di un prepotente ritorno «all’orecchio» mcluhaniano, ossia agli istinti comunitari che dovevano essere tipici di società orali primarie e che il massmediologo notava già nelle sue visione profetizzanti sulla tecnologia. Paradosso dei paradossi, una tecnologia che nasce per rafforzare l’individualismo anche del pensiero è oggi il veicolo per aumentare lo spirito collettivo e comunitario dell’esistenza.

Siamo parte di una community che, essendo evidentemente risultato di un’oralità secondaria, ha delle somiglianze con la comunità fisica. Il social network (e in generale il web 2.0) è uno spazio in cui tante individualità che si fondono in un tutto grazie al web, al medium. E siamo tante individualità che co-creano il contenuto del web. Esiste cioè un processo di creazione del messaggio che pare essere il risultato di una costante rielaborazione di materiale già esistente. Pensiamo banalmente a ciò che accade con i post pubblicati sulla bacheca di un social network. In molti dei casi, essi sono già presenti su un altro portale e soltanto ri-pubblicati su Facebook. Spesso, dunque, la presenza e la condivisione di materiale non è frutto di una creazione privata (o di una fantasia individuale), quanto piuttosto di un recupero di contenuto già esistente. La sua eventuale rielaborazione può comportare anche l’assegnazione di significati differenti rispetto a quelli originari. L’attività dell’utente è quindi quella di cercare, di organizzare (e riorganizzare), di comunicare e rendere evidente un messaggio[15] che, con ogni probabilità, la community già conosce. Ciò non toglie che un utente possa pubblicare qualcosa che non è presente su un altro sito e che possa condividere, quindi, un messaggio originale. Va però detto che molto spesso, al di là di esperienze personali, sulle bacheche di Facebook compaiono estratti di testi comunque conosciuti: frammenti di poesie, testi di canzoni, news, proverbi, modi di dire e tutta una serie di materiale culturale che già appartiene (o che è già conosciuta), in qualche misura, alla collettività di cui si è parte. Mi pare, questo, un altro interessante e paradossale ritorno a usanze tipiche di una cultura orale e, comunque, comunitaria. Come posso, infatti, attirare l’attenzione collettiva e l’interesse del gruppo se non utilizzando elementi (ossia narrazioni, fatti, racconti… ) che siano emotivamente in grado di coinvolgere? La partecipazione all’evento, alla vicenda che colpisce e che “rapisce” la parte patemica di ognuno di noi, è oggi evidente grazie ai social media[16]. Partecipare tramite social media significherebbe, credo, avere la possibilità di esserci anche a distanza, anche sostituiti dal medium, dalla rappresentazione di sé. Ma di sentirsi parte di un movimento, di un evento, di un qualcosa che sta realmente accadendo.

I comportamenti di cui ho accennato poco sopra rimandano a una configurazione del pensiero umano che, in altra sede e in altro contesto, Searle ha descritto parlando di intenzionalità collettiva. Proviamo a tracciare le linee guida di questa comparazione. Il filosofo, affondando le radici nell’atto linguistico, su cui tornerò a breve, nell’analizzare la costruzione sociale si sofferma sul comportamento “partecipativo” della società. In generale, «l’uomo ha naturalmente la capacità di formare intenzioni che non prendono la forma dell’”io intendo…”, ma piuttosto la forma del “noi intendiamo…”. Si tratta di una forma primitiva, ossia non riducibile a un’intenzione individuale o a costruzioni complesse di intenzioni individuali. Anzi, è l’intenzione individuale a derivare da quella collettiva: l’intenzione che ha la forma dell’”io intendo…” deriva da quella con la forma del “noi intendiamo…”»[17]. Dunque una visione non così distante, in fondo, da ciò che doveva capitare, con tutta probabilità, in ambienti primari (d’altronde, è lo stesso filosofo a parlare di «forma primitiva»). Dall’intenzionalità collettiva, ossia da una forma di «condizione di sincerità» condivisa che rende possibile l’atto linguistico deriverebbe, secondo Searle, l’impianto istituzionale, le «funzioni di Status»[18] e i poteri deontici. Quindi, la realtà del gruppo sociale si basa su questa condivisione di intenti che spiegherebbe l’azione comune del gruppo medesimo. È la volontà collettiva a muovere, d’altronde, cioè è il fine e l’obiettivo comune a motivare il comportamento. Perché questo avvenga, ci vuole anche, evidentemente, un mezzo che possa veicolare questa intenzione. Searle lo individua nel linguaggio, poiché con esso «si comunicano informazioni. […] Vuol dire che con il linguaggio si esprimono contenuti intenzionali [che] riguardano il mondo e non la mente. […] Essi hanno condizioni di soddisfazione che coinvolgono la realtà esterna e sono rappresentazioni di tali condizioni di soddisfazione. I contenuti intenzionali rappresentano il mondo e noi usiamo il linguaggio per comunicare – per loro tramite – informazioni sul mondo»[19]. Oggi, con la nostra modernità tecnologica, il linguaggio è rimediato. E, come tale, viene ri-proposta la sua fondamentale funzione di istituzione e di strumento per la comunicazione nell’ambiente rimediato. Sarebbe necessario perciò chiederci se ciò che viene comunicato tramite web è realtà oppure finzione, rappresentazione, sostituzione. Insomma, tornerebbe la questione dell’essere o dell’apparire, del reale e del virtuale. A ben vedere, però, mi pare di poter affermare che il linguaggio rimediato sui social network abbia un peso differente rispetto a quello tipicamente “virtuale”. Se è vero che l’ambiente social è di per sé sia realtà sia virtualità, ossia una continua ambivalenza tra fisicità e virtualità, dobbiamo cominciare a ragionare anche sulle azioni che vengono compiute in questo stato di perenne connessione. Provo a spiegare la problematica ricorrendo a un esempio. Se organizzo una festa e creo un evento su Facebook, faccio a tutti gli effetti una comunicazione di quell’appuntamento. Posso invitare tutti i miei amici ed estendere l’invito agli amici degli amici (un metodo rapido per allargare la cerchia dei propri contatti e, come testimoniano diverse cronache mondiali, in alcuni casi per riempire di gente sconosciuta le feste di compleanno). Il passaparola che avviene tramite la diffusione e la condivisione dell’evento sul proprio profilo, poi, aumenta il bacino di utenza. Nel momento in cui le persone vengono alla mia festa, non solo confermano la loro adesione (su Facebook, com’è risaputo, si può manifestare la propria partecipazione), ma in qualche modo rendono effettivo il mio atto linguistico. Diciamo quindi che, servendomi di Searle, nel momento in cui avviene l’atto linguistico, viene soddisfatto anche lo stato mentale che lo ha originato. C’è però un particolare atto, che Searle riprende da John Austin, ed è l’atto performativo. Esso mi sembra piuttosto interessante, perché posso provare a verificare se l’uomo mediale può anche essere un uomo performativo o «Homo performans»[20]. Partiamo dall’atto.

Secondo Searle, ogni atto linguistico è preceduto da un corrispettivo stato mentale. Ogni atto (e ogni stato) ha una propria direzione di adattamento alla realtà, a seconda che siano le parole a modellarsi sul reale, cioè a descrivere il mondo o, viceversa, che sia quest’ultimo a modificarsi in base alla parola. Ci sono poi casi in cui il binomio stato/atto ha una direzione «presupponente»[21], in cui la direzione di adattamento è scontata. Esiste, infine, un atto linguistico che non ha il rispettivo stato mentale: si tratta dell’atto performativo, perché «nel linguaggio c’è quest’incredibile capacità di creare un adattamento rappresentando l’adattamento come già avvenuto»[22]. In breve, sono gli atti per cui «enunciare la frase […] non è descrivere il mio fare ciò che si direbbe io stia facendo mentre la enuncio o asserire che lo sto facendo: è farlo»[23]. Se l’atto linguistico è un’azione che si basa su un enunciato che porta a un risultato, l’atto performativo è già di per sé rappresentativo del risultato[24]. Il nostro problema è capire – perlomeno è porci la domanda – se con la rimediazione del medium io posso avere un simile risultato, cioè se posso, «fare cose con le parole» (Austin). Se considero l’attuale ambivalenza della virtualità e la potenzialità tecnologica sarei portato a dire che è possibile compiere degli atti performativi. Nel momento stesso in cui clicco sul pulsante “Condividi” del mio profilo Facebook, io ho già condiviso il mio pensiero. Ciò che ho scritto (pensato, meditato, detto a bassa voce…) compare immediatamente in bacheca. Ma nell’istante medesimo in cui viene pubblicato, l’indicazione temporale evidenzia già un ritardo di un paio di secondi. L’immediatezza del network (che si esprime anche nella dicitura «a che cosa stai pensando?» dello status personale) è dunque tale anche nella rappresentazione mediale: così come la voce è istantanea e subito diventa passato, così pare accadere nel network mediale, se escludiamo il fatto che – per via dell’ambivalenza – ciò che penso e dico resta anche scritto, come memoria perenne della mia azione.

Le azioni che compio in modalità social possono essere rappresentative di una realtà, ma possono anche avere una ricaduta efficace su di essa. In sostanza, possono modificarla o influenzarla. Occorre riprendere per un attimo le questioni sopra accennate riguardanti l’intenzionalità collettiva. In una squadra di calcio, l’intenzionalità collettiva – cioè ciò che muove i singoli a compiere un’azione per il bene comune – è agire per ottenere la vittoria. Ogni calciatore quindi, per soddisfare quello che potremmo definire il desiderio collettivo, dovrà comportarsi in una determinata maniera per consentire il raggiungimento dell’obiettivo comune. Il concetto, di fatto semplice per l’ambiente 2.0, è la partecipazione collaborativa. Poniamo caso che un utente pubblichi in bacheca un post che riguarda il bene comune. Se altri utenti cominciano a commentarlo e a condividerlo, può darsi che dia il via a una discussione, che tenderà ad allargarsi sempre di più tramite la condivisione tra gli amici degli amici. Ogni commento, di fatto, equivale ad aggiungere materiale alla notizia di partenza, materiale che diventa un work in progress continuo e che si modella a ogni post che si somma. Con la condivisione, il blocco che si ottiene rappresenta non tanto – o soltanto – la posizione individuale di un utente, quanto piuttosto la voce di ogni singolo che si confonde con la voce collettiva, la voce dell’insieme. In sostanza, con la voce della community. La partecipazione dell’individuo è quindi consapevolmente destinata a unirsi a una manifestazione comune, in cui le singole individualità si con-fondono nel tutto. Proprio come per la squadra di calcio, più persone contribuiscono al raggiungimento di un obiettivo: nel nostro esempio, il fine potrebbe essere di commentare, diffondere e far conoscere una notizia che riguarda un bene comune. Questa azione parrebbe un altro paradossale ritorno a una comunicazione orale primaria, in cui le istanze dei singoli si legavano in maniera indistinguibile con quelle della tradizione culturale, mutatis mutandis, l’attività che si svolge grazie ai social network assumerebbe i connotati di una com-partecipazione a eventi collettivi. In pratica, il possibile scambio dialettico che l’ambiente social consente ai singoli, permetterebbe agli stessi di far parte di gruppi di pensiero (al di là del contenuto e degli argomenti) e di sentirsi parte di un tutto ampio e collettivo-collettivizzante. A livello significativo, la parola che utilizzo sulle piattaforme social potrebbe assumere un aspetto ambivalente, esattamente come lo è la natura dell’ambiente che la ospita e la rende possibile. Essa è a tutti gli effetti un segno – perché si tratta pur sempre di una parola scritta, visibile, manifestazione-rappresentazione di un pensiero, come la voce, volatile – ma tuttavia un segno efficace, ossia una rappresentazione che pare avere una effettiva ricaduta sulla realtà. Interessante la somiglianza con l’accezione di Artaud, che considerava la poesia (cioè il teatro) «efficace solamente se è concreta, vale a dire se produce obiettivamente qualcosa, per il solo fatto della sua presenza attiva sulla scena»[25]. Come mi pare possa essere efficace questa parola che nasce direttamente dall’esperienza del web 2.0, come ambiente-fucina di pensiero e di azione[26]. È paradossalmente dal calderone del network, della possibilità di riprendere, ripresentare, ripubblicare e riorganizzare continuamente materiale preesistente che nascerebbe anche una forma significativa nuova, in una condizione di continuo work in progress, in divenire. Questa sarebbe l’opportunità di un sistema dialettico che, pur sfruttando la ri-mediazione del medium, ossia la sua tendenza a rappresentare e riprodurre ogni atto e ogni azione, proprio per la sua stessa natura riuscirebbe a rendere l’enunciazione (e non gli enunciati) come qualcosa di efficace, di reale. Volendo per un attimo fare riferimento alle cronache sociali, accenno qui alle recenti rivolte socio-politiche del mondo arabo (2011) e a quelle, più globali, che hanno preso piede dall’esperienza degli Indignados. Entrambe le proteste, al di là delle evidenti distinzioni contestuali, sono sfociate e hanno avuto larga diffusione grazie alla propagazione su web. L’elemento nuovo, anche di destabilizzazione istituzionale, è che un’azione di protesta si è sollevata e propagata apparentemente senza che figure carismatiche fossero alla guida dei movimenti. Esse sono state, con ogni probabilità, iniziative dettate dalla volontà collettiva delle popolazioni (certamente quella parte di società che ha accesso e conoscenza della tecnologia mediale) di far sentire la propria voce collettiva e di trasporre il proprio pensiero dal web alla realtà[27]. Come in un gruppo fisico, in un ambiente cioè reale, in cui l’unione di più individualità porta a un risultato che è diverso dalla semplice somma degli addendi, così sui network, attraverso la mediazione, lo scambio dialettico e la condivisione-diffusione del pensiero che ne deriva, si può ottenere una visione comune, che assumerebbe gli effetti di un atto collettivo (come conseguenza diretta di un’intenzionalità collettiva). Che cos’è il flash mob, ad esempio, se non una messa in pratica di un volere e di un riconoscimento identitario in un’idea, in una protesta o, semplicemente, in un modo d’essere? La differenza rispetto alle manifestazioni d’un tempo – direi, per assurdo, tradizionali – è che il movimento partecipativo e coinvolgente si origina sul web e grazie al medium tecnologico può arrivare ad assumere dimensioni globali. L’atto che è alla base, oltre a essere l’elemento scatenante, diventa efficace nel momento della sua realizzazione effettiva, nell’istante cioè in cui un segno rappresentativo, o, in generale, un segno, modifica la realtà circostante. Come dire, paradossalmente, che al di sotto della ripresa di struttura morfologiche e comportamentali tipiche di epoche precedenti (ma comunque appartenenti alla nostra tradizione culturale e bio-fisica) e dietro all’utilizzo di tecnologie che contribuiscono alla ri-scoperta di tali modalità espressive ed esigenze, sussisterebbe la necessaria predisposizione al sentirsi appartenenti a un insieme e a partecipare collettivamente agli eventi che lo riguardano. Se consideriamo tutti gli aspetti fin qui introdotti, è facile immaginare l’uomo mediale come un homo performans, ossia come a un uomo-utente che agisce continuativamente tramite il medium: egli può scrivere, co-creare, parlare, partecipare, agire attraverso la mediazione. E le sue azioni, pur essendo ri-mediate, possono avere un effetto reale.

La performatività di cui parlava Turner è piuttosto una ricorrenza all’azione rappresentativa, perché «l’uomo è un animale che si rappresenta – le sue performance sono in qualche modo riflessive: rappresentando l’uomo si rivela a se stesso»[28]. Che dire, in fondo, di un sistema che si basa sulla riflessione del sé, che in determinati momenti può addirittura assumere il ruolo di sostituto del sé? La costruzione metodica del profilo del social network e l’interazione con esso non è forse un altro modo di ri-rappresentarsi e di ri-costruzione identitaria, seppure virtuale? La performance dell’uomo mediale avrebbe quindi una doppia valenza: da una parte quella di ritorno, ossia di una ripresa paradossale di modelli espressivi tipici dell’oralità e dell’istantaneità e che fanno della ricomposizione e riorganizzazione continua di enunciati preesistenti il loro punto di forza; dall’altra, una valenza di azione collettiva, intesa come l’espressione pratica di un’intenzionalità collettiva che, evidentemente, trova sfogo grazie a un medium in grado di esaltare la capacità umana di collaborare e di appartenere a un gruppo sociale.


[1] Aristotele, Politica, Laterza, Roma-Bari 2007.

[2] Può essere uno spunto interessante di riflessione il caso in cui, in assenza dell’interlocutore, il dialogo avvenga con la segreteria telefonica. Lo scambio comunicativo, per quanto bizzarro e temporalmente limitato (a causa del tempo prefissato per incidere il proprio messaggio), avviene non con la persona ma con un suo sostituto. Direi, con Baudrillard, con un simulacro di quella persona, che, pur essendo assente, risulta in qualche modo presente, grazie a una sua rappresentazione: «[…] tutta l’alta tecnicità illustra il fatto che, dietro i suoi doppi e le sue protesi, i suoi cloni biologici e le sue immagini virtuali, l’essere umano ne approfitta per scomparire. E così la segreteria telefonica dice: “Siamo assenti. Lasciate un messaggio… “» (J. Baudrillard, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Cortina Editore, Milano1996, p. 46; ed. originale Le Crime Parfait, Galilée, Parigi 1995).

[3] Nella società a oralità primaria – ossia contraddistinta dalla totale assenza della scrittura, perché non ancora inventata e, dunque, conosciuta – le performance narrative erano veri e propri eventi di coinvolgimento popolare. Non potendo basarsi su fonti scritte, le società primarie si affidavano a eventi narrativi collettivi con cui consentire il perpetuarsi della tradizione culturale e garantire il passaggio dei precetti etici e morali alla popolazione; durante la performance, il narratore (l’aedo, il rapsodo, il cantore…), per gestire al meglio il materiale tradizionale cui attingeva le vicende eroiche, si serviva di strutture morfologiche e ritmiche precostituite (le formule), che gli consentivano con rapidità di comporre i versi. Si trattava di un bagaglio di frasi fatte, luoghi comuni, situazioni ricorrenti che il narratore abilmente cuciva insieme (rapsodein), tessendo ogni volta una composizione diversa dalle precedenti; il suo comporre era caratterizzato dall’estrema volatilità del suono e, paradossalmente, dall’essere dunque frutto di una continua riorganizzazione di un materiale sedimentato e già appartenente al bagaglio conoscitivo della collettività. La quotidianità mediale ci presenta situazioni paradossalmente simili, basti pensare alla produzione seriale della televisione. In una fiction, abbiamo a che fare con strutture ricorrenti e ben riconoscibili che, lungi dall’annoiarci, ci garantiscono una condizione di familiarità, di immediato riconoscimento. Si tratta di quel “già visto” e “già sentito” che evidentemente doveva avvertire la collettività antica durante una performance poetica e che aveva il ruolo fondamentale di far sentire la collettività stessa parte di un tutto culturale e tradizionale più ampio. La partecipazione emotiva, infatti, era garantita dal ritrovarsi in situazioni già conosciute, che permettevano anche una graduale immedesimazione nelle vicende narrate. D’altra parte oggi, mutatis mutandis, capita spesso di “fare il tifo” per un personaggio della fiction: un po’ come dire che noi viviamo la vicenda con lui. Lo stesso procedimento del familiare è evidente in serialità più rigide, quali ad esempio la sitcom. In questa struttura, i personaggi sono quasi sempre dei tipi fissi – ossia delle maschere psicologicamente bloccate che pertanto sono sempre identiche a loro stesse – il cui ruolo principale è per l’appunto garantire una continuazione ad libitum della vicenda. Il telespettatore, di fronte a una serie di elementi ricorrenti (i personaggi, la scenografia, l’andamento della vicenda… ) si trova così immerso in una sorta di rituale televisivo-mediatico che lo coinvolge emotivamente, fino a compartecipare alla vicenda dell’eroe.

[4] W. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna, 1986, p. 191 (ed. originale Orality and Literacy: the Technologizing of Word, Methuen, Londra – New York 1982).

[5] M. Ferraris, Scrittura, archiscrittura, pensiero, in “Etica & politica”, XI, 2009, 2, p. 107.

[6] Il social network di Mark Zuckerberg, nonostante la recente crescita di Twitter e di Google Plus, resta il più diffuso e utilizzato in Italia. Dato in controtendenza con il resto del mondo, in cui la piattaforma dei tweet è normalmente più consultata e utilizzata, anche come fonte di informazione. Tuttavia, le dinamiche comunicative e comportamentali sono molto simili in ogni ambiente di social networking. Per queste ragioni, tendo a riferirmi a Facebook come a una pars pro toto degli ambienti di rete sociale.

[7] La questione del “Mi Piace/Non mi piace” è interessante. Di fatto, questo comando consente a chiunque di aderire – almeno dal punto di vista empatico – a diversi generi di iniziative e notizie. La sua immediatezza, però, rischia di incrinare la normale abitudine al commento, alla possibilità di esprimere un giudizio non soltanto quantitativo (in fondo su Facebook, le pagine con un numero più elevato di apprezzamenti sono quelle più visibili) ma anche qualitativo. È utile fare riferimento ancora una volta a Baudrillard, per una supposizione. In Lo scambio simbolico e la morte, il filosofo affronta la questione della ripetizione e del simulacro. In un particolare passaggio del suo ragionamento, egli si sofferma sul messaggio al tempo del digitale: «Il ruolo dei messaggi non è più d’informazione, ma di test e di sondaggio, e in definitiva di controllo […]. Ogni lettura del messaggio non è quindi che un esame perpetuo del codice […]. Al giorno d’oggi, l’oggetto non è più “funzionale” nel senso tradizionale del termine, non vi serve: vi sottopone a un test» (J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano2009, p. 75; ed. originale L’échange symbolique et la mort, Gallimard, Parigi 1977). La tecnologia (con la sua forza seduttiva) sarebbe dunque artefice di una graduale sovrapposizione tra l’uomo e la sua riproduzione (in Il delitto perfetto, p. 35«[…] con i reality shows: bisogna condurre il telespettatore non davanti allo schermo (vi è sempre stato davanti: è addirittura questo il suo alibi e il suo rifugio), ma nello schermo, dall’altro lato dell’informazione»), fino alla scomparsa di quello scarto necessario che crea la separazione e dunque la significazione. Con il codice, con la digitalizzazione, avremmo un’unica direzione circolare di movimento, che riproduce continuamente una binarietà non differente (mittente e destinatario, ad esempio) ma tra identiche copie di un qualcosa che non è più. Proprio come il test, che per Baudrillard offre l’opposizione schematica domanda/risposta e risposte sì/no, il “Mi Piace/Non mi piace” di Facebook non rischia di annullare forse la possibilità di esprimere un giudizio di qualità, ossia di elaborare un pensiero, un ragionamento che eventualmente differisca dal gruppo?

[8] Mi pare particolarmente interessante il video che Facebook ha inserito nella pagina di login. In esso vengono citati alcuni luoghi e oggetti che, nella vita reale di tutti i giorni, ci “connettono”: la sedia, il campanello, gli aerei, i ponti. Le piste da ballo, la pallacanestro, la nazione, fino all’Universo, «così immenso e oscuro che ci domandiamo se siamo soli. Quindi, forse, il motivo per cui facciamo queste cose è per ricordarci che non lo siamo» (per visionare il video, http://it-it.facebook.com/ [16 ottobre 2012]). Anche Facebook, nella logica del’ social network è in grado di garantirci questa non-solitudine.

[9] Argomento che meriterebbe un’analisi più approfondita. Per questo, rimando volutamente ad altra sede un’analisi più approfondita della questione, che in parte ho già trattato in L. Denicolai, Parlare networkese, Cartman Edizioni, Torino 2011 e L. Denicolai, Parole & Media, Il Glifo e-books, Roma 2011, e che ha costituito una parte considerevole della mia tesi di dottorato.

[10] Sulla virtualità sarebbero molte gli aspetti da trattare. Diciamo, in breve, che, a differenza degli ambienti immersivi di inizio millennio, culminati in esperienze quali Second Life, la virtualità odierna è una condizione ibrida che segna di appartenenza a due mondi contemporaneamente. Uno, reale, l’altro mediale. L’aspetto più interessante è che questi mondi sono in contatto tra loro e l’utente può passare continuamente da uno all’altro. La condizione necessaria perché si verifichi questa sorta di bi-dimensionalità è lo stato di connessione perenne in cui siamo quotidianamente inseriti. Con la tecnologia odierna, infatti, è possibile essere connessi sempre e ovunque alla propria rete sociale, ad esempio grazie a uno smartphone. E l’utente può, in qualunque momento, interagire con il proprio profilo network e con gli altri utenti presenti.

[11] J. Baudrillard, Lo scambio, cit., p. 65.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Una recente ricerca del Censis ha sottolineato l’inizio della cosiddetta “Era biomediatica”, «quella in cui conta innanzitutto condividere la propria vita via pc» (F. Amabile, LaStampa.it, 3 ottobre 2012 [2 novembre 2012]). Per una lettura più attenta dei dati raccolti, rimando direttamente al sito del Censis (alla sezione “comunicati stampa” [18 ottobre 2012]).

[15] La sequenza qui descritta rimanda, mutatis mutandis, alle parti fondamentali della retorica classica: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. A ben vedere, infatti, anche l’enunciazione dell’utente sul social network potrebbe essere considerato al pari di un’azione oratoria, sebbene con le dovute distinzioni e differenze (sia qualitative sia contestuali e contenutistiche). Va da sé che il comportamento dell’internauta è maggiormente orientato al recupero e alla riorganizzazione piuttosto che alla creazione ex novo di tessuti narrativi. Un po’ già come si assisteva, sempre con le dovute distanze, alle attività work in progress dei narratori antichi, che attingevano e riadattavano ogni volta conoscenze culturali già collettive.

[16] Interessante ciò che è avvenuto in Italia a seguito della morte del pilota Marco Simoncelli. Ancora oggi, a un anno di distanza dall’incidente, migliaia di fan “partecipano” all’evento commemorativo tramite social media. Fortissimo, poi, era stato l’impatto che la tecnologia interattiva aveva avuto nei giorni immediatamente successivi all’accaduto.

[17] J. Searle, Coscienza, linguaggio, società (a cura di U. Perone), Rosenberg & Sellier, Torino 2009, p. 106 (ed. originale Consciousness and Language, Cambridge University Press, New York 2002).

[18] Ivi, p. 109 (corsivo dell’autore).

[19] Ivi, p. 102.

[20] V. Turner, Antropologia della performance¸ Il Mulino, Bologna 1986, p. 158.

[21] J. Searle, cit., p. 66.

[22] Ivi, p. 67.

[23] J. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti, Torino 2012, p. 10 (ed. originale How to do Things with Words, Clarendon, Oxford 1962).

[24] Austin e Searle forniscono una serie di esempi chiarificatori. Ne riporto qui un paio. Se dico “La seduta è tolta”, nell’istante stesso in cui sto enunciando la frase, la seduta è già effettivamente terminata. Così, se dico “Vi dichiaro marito e moglie”, nell’istante stesso le due persone che ascoltano la mia frase sono già sposate.

[25] A. Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino 2000, p. 156 (ed. originale Le Théâtre et son Double, Gallimard, Parigi 1938).

[26] Continua Artaud: «In questo teatro ogni creazione viene dalla scena, trova la sua traduzione e le sue origini in un impulso psichico segreto che è la Parola prima delle parole» (Ivi, p. 176).

[27] Questo è un argomento piuttosto complesso. Parimenti, potrei fare riferimento anche alle campagne social che hanno contribuito al raggiungimento del quorum all’ultima consultazione referendaria italiana (giugno 2011), o, ancora, ai numerosi flash mob organizzati in ogni parte del mondo per i più svariati motivi, dallo svago al protagonismo sociale. Al di là dei singoli avvenimenti (e dei diversi pesi e ricadute nei contesti), vorrei sottolineare l’efficacia di uno strumento che consente una maggiore libertà di espressione e una più rapida diffusione del pensiero (personale e soprattutto di community). Sarebbe restrittivo affermare che la Primavera Araba sia stata scatenata da Twitter: essa è piuttosto il risultato di fermenti socio-politici che evidentemente da tempo erano in ebollizione nella pancia delle popolazioni. Ma è innegabile che la tecnologia abbia dato una voce più forte alle proteste e ne abbia facilitato l’espansione e la diffusione delle notizie. Per questo rimando all’articolo di Francesca Paci, su LaStampa.it del 23 ottobre 2012 [30 ottobre 2012] e al commento del politologo Riccardo Fabiani apparso su Eco-news [30 ottobre 2012].

[28] V. Turner, cit. p. 158.

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