Manuela Cirino, L’immagine negata, mostra a cura di Olga Gambari, Galleria Martano, Torino, dal 12 aprile 2012

Tutto è iniziato con un invito ad un evento speciale: alla Galleria Martano cinque opere stavano lasciando le sale espositive per incominciare le loro vite “private”. Le opere erano rimaste in Galleria per un mese, chiuse: le scatole, che le contengono e ne sono parte integrante, non svelavano il loro contenuto; la purezza delle loro forme unita ai materiali ricercati non si lasciava contemplare di per sé, rinviando di continuo al non visibile, al celato. Una sola scatola, la più grande, era ancora in cerca del suo primo ospite. Ed ecco che il giorno seguente Chi si ricorda – questo il suo nome – faceva ingresso a casa mia.

Un mese di vita quotidiana con una presenza gradevole, solo apparentemente silenziosa, profumata, delicata. Un mese di dialogo armonioso, come il suono della poesia montaliana che riproduce visivamente. Ora che ha proseguito il suo viaggio verso altre domesticità, in dialogo con altre persone, lo spazio che ha occupato da me rimane in qualche misura sempre il suo.

 

Manuela Cirino è artista curiosa, sensibile e raffinata. Curiosa perché, permettendo alle sue opere di essere vissute privatamente, instaura una relazione con ogni ospite delle sue creazioni, entrando negli spazi domestici di ognuno attraverso il suo lavoro. Il desiderio di realizzare un’arte veramente condivisibile – anche come proprietà –, sociale e personale nel contempo, e perciò in grado di muovere la sensibilità di chi l’accosti, non si manifesta quale provocazione lanciata al sistema dell’arte contemporanea; si tratta, invece, di un’assunzione di responsabilità etica e professionale del ruolo dell’artista, oggi. All’atto clamoroso, Manuela preferisce il dialogo da singolo a singolo; sceglie di partire dall’ascolto, da una dimensione e da un’azione generalmente poco apprezzate nella nostra società, perché il suo gesto si diffonda per contaminazione, arricchendosi dell’esperienza di chi se ne prende cura.

Ciò richiede sensibilità e fiducia. La fiducia che ciascuno possa apportare un contributo alla crescita, non solo dell’opera specifica, s’intende. Manuela crede giustamente che con il dialogo si muovano le conoscenze (e le coscienze) e che, di conseguenza, ogni relazione personale sia portatrice di crescita sociale. Colta e raffinata, percorre la produzione artistica (soprattutto quella poetica e letteraria) per trarne spunto, riproporre quanto l’ha colpita secondo altri mezzi e materiali e condividere così la sua esperienza. Nel caso di Chi si ricorda, i versi di Eugenio Montale astratti dall’unità del componimento, muti ma visivamente parlanti, raccontano di una creazione esaurita, cristallizzata nelle forme finite e incomunicanti:

Chi si ricorda più del fuoco ch’arse
impetuoso
nelle vene del mondo; in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse

Il “male di vivere” del poeta trova un sollievo nella realizzazione di Manuela Cirino. Perché se le forme sono sollevate dalla loro staticità grazie al rapporto che si è venuto stabilendo con l’osservatore-interlocutore, esse avviano altri possibili discorsi, altre possibile creazioni: tengono accesa la speranza di rinnovamento infinito grazie all’arte.

L’attesa del disvelamento del contenuto chiede alla visione di prepararsi, di farsi attenta. Nel frattempo il legno del contenitore introduce nella percezione le energie naturali che rendono vitale l’opera e, come tale, entità capace di scambio intellettivo. La dualità esterno-interno, minimalismo e rigore versus fragilità e ricchezza culturale, rinvia all’architettura dell’età aurea ravennate. Altre “opposizioni” s’inseriscono nel lavoro di stratificazione culturale compiuto da Manuela nella realizzazione creativa, cui è sottesa la volontà di tenere unite le fila delle varie componenti, armonizzandole: l’apertura al digitale ricondotto alla manualità, l’afasia risolta dall’interlocutore, lo spazio interno che si fa esterno pur mantenendo traccia della sua finitudine.

Se quella di Manuela Cirino non può definirsi propriamente arte partecipata – quale potrebbe essere quella sostenuta dal collettivo torinese a.titolo nel progetto Nuovi committenti –, essa potrebbe dirsi “partecipante”, in quanto le singole opere collaborano a un disegno a lunga gittata. Un disegno che però non si origina dal presente, perché trova nel passato – in tutta una cultura condivisa e da condividere – il proprio inizio.

Miriam Panzeri

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