T. C. Boyle, Le donne, Feltrinelli, Milano 2010 (pp. 448)

Thomas Coraghessan Boyle è uno scrittore interessante, talentuoso e con una grande e rara fortuna: egli infatti vive in una delle poche, superstiti ville in stile “prairie”, costruite a Los Angeles dal maestro americano dell’architettura Frank Lloyd Wright (1867- 1959); da questa occasione trae origine la storia che egli racconta in Le donne, il suo romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 2009 e tradotto in Italia l’anno successivo. Molte sono le prospettive in cui si può scegliere di raccontare la, peraltro molto lunga, parabola esistenziale di Wright e, anche in questo caso, T.C. Boyle ne adotta una abbastanza originale: il libro infatti ripercorre la carriera dell’architetto non tanto con un intento celebrativo o ricostruttivo della sua opera quanto piuttosto scegliendo di dare un taglio più intimo e privato all’intera vicenda. Il romanzo di Boyle da questo punto di vista ricalca la traccia già esplorata dalla scrittrice americana Nancy Horan nel suo Mio amato Frank (2007), nel quale viene narrata la tragica vicenda della relazione tra l’architetto e la sua amante, Mamah Borthwick, che muore assassinata nel 1914 nell’incendio di Tallesin – l’abitazione-studio-manifesto della visione di Wright – appiccato per vendetta da un cameriere appena licenziato.

Ciò che differenzia e arricchisce il libro di Boyle è però il tentativo di porre l’intreccio delle relazioni personali del maestro dell’architettura organica in un più ampio contesto da cui emerge non solo un nuovo ritratto del suo protagonista, ma piuttosto un quadro, assai complesso, della storia americana in un arco cronologico all’incirca trentennale: la storia, che in Le donne è raccontata retrospettivamente, si conclude proprio con la vicenda della prima amante di Wright, vista come momento fondamentale per comprendere lo sviluppo teorico e gli avvenimenti principali della vita dell’architetto. Il narratore di queste molteplici vicende non è però lo stesso Frank Lloyd Wright, ma un suo immaginario assistente giapponese, Tadashi, il quale viene catapul-tato nel mondo del maestro Wright-san e della sua Tallesin durante l’ennesima ricostruzione sul finire degli anni Trenta, senza dapprincipio capirne tutte le implicazioni.

Il giovane assistente si trova a lavorare in una realtà che con la cultura del progetto e con il suo aspetto pratico ha ben poco a che fare; tutti gli apprendisti presenti nello studio del maestro infatti svolgono le più svariate attività, necessarie al mantenimento di una complicata economia domestica: dal tagliare la legna, ad aiutare nelle cucine, a fare da autista al celebre architetto, in quel momento alle prese con il travagliato divorzio dalla seconda moglie Miriam Noel, che non si rassegna a cedere il passo alla nuova compagna Olga (o Olgivanna) Hinzenberg. Nel romanzo Tadashi racconta la sua storia e i suoi ricordi del maestro al nipote, dopo un lungo intervallo temporale; egli infatti, allo scoppiare della Seconda guerra mondiale, è arrestato e internato sino alla conclusione del conflitto nelle prigioni che negli Stati Uniti erano state destinate ai cittadini giapponesi presenti sul territorio americano, considerati nemici e potenziali spie. Questo aspetto storico, ancora poco esplorato dalla saggistica e dalla narrativa, è forse uno degli spunti più interessanti, sebbene appena accennato, del libro di Boyle, autore sempre attento alla complessità della storia e della società americane.

La figura dell’architetto resta quindi, paradossalmente, marginale nell’equilibrio dell’intera vicenda: egli pare minuto, ostaggio di volontà più forti della sua, forse astratto e quasi ritirato nei suoi progetti. Progetti che rivivono però nel romanzo, dove sono spesso evocati e fortemente caratterizzati: non sono Tallesin e le sue travagliate ricostruzioni, ma anche le abitazioni private che Frank Lloyd Wright è sempre intento a progettare e che Tadashi “sbircia” nelle rare occasioni in cui può beneficiare della presenza del maestro in studio o l’hotel Imperiale di Tokyo, la cui genesi trova ampio spazio nelle memorie di Miriam Noel, oggetto della prima parte del romanzo. Un libro dunque che scorre con ritmo rapido e che può, a buon diritto, essere definito un romanzo che pone la memoria e la storia al centro della narrazione; Boyle tratteggia qui una storia personale che, in alcuni punti, intende diventare universale. L’autore ricostruisce un mosaico complesso: un momento di transizione fondamentale non solo nell’opera del maestro dell’architettura ma anche di profondo cambiamento nella società e nei costumi nazionali, osservato però attraverso uno sguardo leggero, disincantato e distaccato. Un libro in cui l’architettura è, allo stesso tempo, accidentalmente e inevitabilmente, protagonista.

Laura Blandino

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