Marisa Volpi, Le ore, i giorni. Diari 1978-2007, Medusa, Milano 2010 (pp. 293)

Uno studio di genere dovrebbe essere condotto sui diari che, nel corso del XX secolo, artiste e storiche e critiche d’arte hanno redatto. Infatti, se quelli delle artiste (tra i vari, ricordiamo i quaderni di Laura Castagno, la quale non manca di scriverli ovunque si trovi) rappresentano il nucleo di partenza per la comprensione dell’origine delle loro opere, quelli delle critiche d’arte aprono uno spaccato sul momento storico vissuto, trasportando il lettore in spazi e tempi più o meno lontani a constatare, quasi in prima persona, difetti e pregi umani dei protagonisti della disciplina. Così le note di Anna Banti, moglie di Roberto Longhi, al di là degli accenti di gelosia, permettono una conoscenza privata del maestro degli studi, all’interno delle mura domestiche. Le pagine della direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, l’affascinante Palma Bucarelli, sono una testimonianza fondamentale sulle vicissitudini dei beni culturali e artistici nella Roma città aperta e bombardata nel 1943 fino al ripristino delle funzioni istituzionali. Tuttavia, pure in queste ultime non mancano fermi immagine sulla vita privata dell’autrice. Ancora, in una terza tipologia s’inscriverebbe Taci, anzi parla di Carla Lonzi, una battaglia linguistica alla ricerca abissale della coscienza di sé, al di là di ogni categoria.

Della Lonzi, Marisa Volpi è stata amica e compagna di università, a Firenze. Sodali in giovinezza, alla scoperta dell’Europa dei musei in autostop, le due allieve di Longhi avviano attraverso i loro diari due percorsi apparentemente antitetici ma, in fondo, complementari. Al femminismo radicale della storica dell’arte e intellettuale fiorentina si contrappone l’amore viscerale e mai celato per gli uomini della storica dell’arte e letterata nata a Macerata. Eppure un filo le tiene unite anche in seguito alla prematura scomparsa della Lonzi, nel 1982, il cui ricordo è contenuto ne Le ore, i giorni sottoforma di riflessione sulle aspirazioni di vita che hanno fisicamente allontanato le strade delle due donne, dopo che i loro destini si erano irrimediabilmente intrecciati. Difatti, il nome di Carla ritorna più e più volte nelle note, a cadenza irregolare, della docente di storia dell’arte, a testimoniare della costante presenza di quella nell’esistenza di questa, e viceversa.

«Scrivere un diario da quarant’anni è un’abitudine feticista oltre che una necessità. Come non un uscire mai di casa senza un libro». Così Marisa Volpi giustifica la propria produzione autobiografica, della quale i diari pubblicati nel 2010 si collocano quali ultimi in ordine cronologico, essendo una parte sostanziale della sua scrittura letteraria di natura autobiografica, appunto. In essi, personaggi della storia dell’arte, opere (non solo pittoriche, ma anche cinematografiche, filosofiche e saggistiche), luoghi, familiari della scrittrice avviano dei brevi cortocircuiti nei quali esistenza quotidiana e alte citazioni culturali convergono quasi a dimostrare che l’essenza che tutto unifica è la natura umana del pensiero. Infatti, presenza costante ma rarefatta nel percorso diaristico della storica dell’arte è la proiezione intellettuale di ogni gesto, visione, incontro. Mai si assopisce il bisogno di comprendere e comprendersi più a fondo in un desiderio di vita che è lontano dal trasformarsi in ansia, per restare sempre gioia, e nonostante le numerose dipartite di cari (alcune delle quali si collocano proprio nell’anno di avvio delle memorie). Al di là del tentativo ricorrente di mettere a nudo accadimenti e realtà, il sentimento della noia sartriana o moraviana non potrebbe trovarvi spazio, poiché lo sguardo della Volpi è indirizzato a una generale elevazione spirituale di quanto la circonda.

Non c’è attimo che sfugga. Sul medesimo piano e con il medesimo occhio si appuntano e sottopongono a un esame, innocente ma diretto, la visita a una mostra e una scena di Kieślowski, una lettera di Argan, un pranzo con Brandi e Burri, e le osservazioni originate da una passeggiata romana. Nei luoghi appena conosciuti o quotidianamente esperiti, la Volpi incontra amici lontani, artisti trapassati, protagonisti di romanzi e poeti di altri secoli, dimostrando a sé e a noi che «la presenza degli assenti emana una bellezza, e la bellezza emana altre presenze».  Con malinconia serena e non già nostalgica, insegna ad assaporare il momento nella sua contemporaneità e storicità composte, principalmente, dal multiforme sentimento umano.

Fine letterata, l’autrice è capace di sintesi illuminanti grazie all’uso elegante e puntuale della lingua. Le sue note diaristiche, immerse in una dimensione del presente, giocano con ricordi, sogni e frammenti dell’infanzia e della giovinezza, per non nascondere nulla al lettore, introdotto in un’intimità impudica, non perché ingenua, bensì perché colta e cosciente di sé. Carla e Marisa, infine, hanno raggiunto la stessa meta.

Miriam Panzeri

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