La radice ossea delle emozioni

di Anna Costantino

Crepuscoli dottorali, n. 3 (pdf integrale)

Abstract

Questo testo può essere considerato una lettura simbolica degli elementi archetipici contenuti in un’antica favola Inuit, già nota agli studiosi, e particolarmente rappresentativa per l’indirizzo di psicologia analitica di stampo junghiano. Ne deriva nell’insieme un’ispirata combinazione di senso che mette in evidenza ancora una volta le ricorrenze dei significati fondamentali nella vita dell’uomo: le “quintessenze” filosofiche della psicologia umana.

This text can be considered a symbolic interpretation of the archetypes present in an old Inuit tale, already known to scholars, and especially representative for Jungian psychoanalytic interpretation when further compared to the astrological symbols which can be inferred. By far and large, this results into an inspired combination of sense which once again draws attention to the recurrence of these fundamental meanings in human life: the philosophical “quintessences” of human psychology.

 [M. C.]

Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare.
E il guadagno e la perdita. Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
Traversò gli stadi della maturità e della gioventù
Entrando nei gorghi.
T. S. Eliot, La morte per acqua

Per riflettere sul tema della corporeità vorrei attingere al mondo ancestrale delle fiabe. Prendendo spunto da un’analogia suggerita da M. L. Von Franz tra le ossa e la fiaba, si può considerare questa forma narrativa come una chiave d’accesso privilegiata per affrontare il tema della corporeità.

M.L. Von Franz ha a lungo sviluppato lo studio dell’analisi delle fiabe secondo i principî della psicologia analitica junghiana e le definisce come «l’espressione più pura e semplice dei processi psichici dell’inconscio collettivo […] rappresentano gli archetipi nella forma più semplice e concisa»[1].

Ogni popolo infatti ha le sue fiabe che narrano di esperienze, emozioni, sensazioni comuni a tutta l’umanità: esse svelano l’emergere degli archetipi[2], ciò che Jung considera “fattori psichici sconosciuti”. Attraverso la via dell’immaginario, la fiaba accomuna e avvicina civiltà e culture lontane, dimostrando come nell’intimo di ogni uomo risiedano i medesimi pensieri, speranze, bisogni, aspirazioni: «Mentre nei miti, nelle leggende, o in qualunque altro materiale mitologico più elaborato, noi scopriamo i modelli fondamentali della psiche umana rivestiti di elementi culturali, nelle fiabe il materiale culturale specificatamente cosciente è presente in misura molto minore; esse riflettono perciò più chiaramente i modelli fondamentali della psiche»[3], che secondo la psicologia junghiana rappresentano parti di un unico evento, ovvero il Sé, il “fattore sconosciuto”, la totalità psichica dell’individuo.

Attraverso l’interpretazione di una fiaba è possibile recuperare questi elementi. È importante tenere presente che un’immagine archetipica non è solo un modello di pensiero, ma anche un’esperienza emotiva, dotata di significato solo ed esclusivamente se ha un valore sentimentale per l’individuo. Jung infatti specifica che è sì lecito raccogliere tutte le testimonianze esistenti su una determinata immagine archetipica (come hanno fatto per esempio Mircea Eliade, Otto Huth, Robert Graves ed altri autori), «ma il materiale raccolto non avrà nessun senso, se sarà accantonata l’esperienza di sentimento dell’individuo»[4]. Per interpretare una fiaba occorre “scrutare ogni immagine” e amplificare ogni simbolo, ricorrendo all’ausilio di tutte e quattro le funzioni psicologiche illustrate da Jung (pensiero, sentimento, sensazione, intuizione) senza che sia una sola di esse a prevalere.

Secondo M. L. Von Franz l’interpretazione delle fiabe così come quella dei sogni è un arte, in quanto richiede l’impegno di tutto il proprio essere. La studiosa junghiana paragona la fiaba ad un «cadavere, di cui rappresenterebbe lo scheletro o le ossa, cioè la parte indistruttibile, il nucleo fondamentale, eterno. Essa riflette nel modo più semplice la struttura archetipica fondamentale»[5]; oltrepassa le differenze culturali e razziali permettendo di rintracciare le strutture universali umane.

Se i miti e le leggende sono radicati in un luogo e in un tempo determinato e costituiscono il prodotto di una cultura, le fiabe al contrario non hanno radici. La fiaba svela lo “scheletro”, l’insieme delle ossa della psiche, la sua natura indistruttibile.

La fiaba che vorrei prendere in esame per rintracciare le radici archetipiche del concetto di corpo è quella della Donna Scheletro, una fiaba “inuit” riportata da Clarissa Pinkola Estés nel suo libro Donne che corrono con i lupi[6] (1993).

La storia racconta di «una bambina che venne buttata a mare dal padre per aver fatto qualcosa che lui aveva disapprovato»; il suo corpo venne mangiato dai pesci riducendosi in uno scheletro sommerso sul fondo del mare.

Un giorno un pescatore trovò lo scheletro impigliato alla sua lenza. Preso dalla paura scappò, ma lo scheletro «lo seguiva a balzelloni». Il pescatore si rifugiò nel suo igloo credendo di essere «finalmente al sicuro». «Ma quando accese la lampada all’olio dibalena», l’uomo si accorse che la donna scheletro era ancora lì. Superata la paura, fu animato da un «sentimento di tenerezza» e decise di aiutarla: «con le parole dolci che una madre avrebbe rivolto al figlio, prese a liberarla dalla lenza […] e la rivestì di pellicce per tenerla al caldo», poi si addormentò. Durante il sonno una di quelle lacrime che scivola giù dall’occhio di chi sogna apparve sul volto dell’uomo addormentato e la donna scheletro presa da una sete improvvisa «posò la bocca su quella lacrima» e si di dissetò. Poi «frugò nell’uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente» e cominciò a suonare. «Mentre suonava si mise a cantare: carne carne carne…!…e più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e belle mani» per tutte le parti del corpo e per i vestiti e quando «fu fatta […] scivolò nel letto con lui pelle a pelle. Rimise il grande tamburo, il cuore, nel corpo di lui e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell’altro, aggrovigliati nella loro notte, in un altro mondo bello e duraturo»[7].

È chiaro che la fiaba si presta ad innumerevoli interpretazioni, svela frammenti di universi archetipici, difficilmente accessibili alla sfera razionale. Ciò che interessa, però, in questo contesto, è rintracciare nella fiaba della donna scheletro quelli che definirei i rudimenti originari della corporeità, un particolare modo di intendere il reale corporeo.

L’immagine dello scheletro rimanda ad una corporeità raccapricciante, mortifera, spigolosa, perturbante e si collega al simbolo saturnino delle ossa.

Oswal Wirth, importante studioso di simbolismo ed occultismo svizzero, vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, nella sua approfondita analisi sul simbolismo astrologico, afferma l’esistenza di un’analogia tra lo Spirito, l’Anima ed il Corpo umani e, rispettivamente, il Sole la Luna e Saturno. Nell’uomo, Saturno che rappresenta il Corpo, la discesa nella materia, è in contrasto con il Sole e la Luna e ne oscura la luce così come la pesantezza della materia si oppone alla leggerezza dello spirito e dell’anima. A questo proposito Wirth afferma che «Saturno contrasta con i due grandi luminari per la discrezione del suo chiarore […] simbolizza la pesantezza materiale, condensatrice ed indurente. La roccia e le ossa sono saturnini. Saturno condensa il fondamento solido sul quale le forme si edificano; dio oscuro egli ama le profondità nascoste, ove affonda la radice delle cose»[8].

Lo scheletro, protagonista della fiaba si riallaccia al simbolo di Saturno che non solo rappresenta il corpo umano, ma, più precisamente, la sua parte indistruttibile: le ossa, la struttura a partire dalla quale è possibile edificare. Queste costituiscono l’elemento solido ed inflessibile per eccellenza, ma che cela in sé un carattere tenebroso opponendosi alla luce del Sole (spirito) e a quella della Luna (anima). Lo spirito e l’anima della fanciulla rimarranno, così, costretti in uno scheletro finché essa non riemergerà dagli abissi. Si tratta, quindi, di un’immagine estremamente raccapricciante che richiama il principio maschile saturnino.

Lo scheletro in questione appartiene tuttavia ad una donna. Pur essendo un semplice insieme di ossa, possiede già le qualità del femminile: in altri termini, la donna scheletro appare fin dall’inizio caratterizzata da una precisa identità che racchiude nella sua struttura tutta la sua essenza.

Durante il lungo periodo di abbandono nelle profondità del mare è avvenuta una crescita, non di un corpo completo, ma di uno scheletro: la protagonista bambina viene ripescata donna. Non è una carcassa inerte, ma cresce, attende e soffre, con e nelle sue ossa.

Per uscire dalle profondità del mare e diventare corpo, lo scheletro deve essere recuperato da un “altro da sé”. Da qui l’importanza del pescatore per la sua “vivificazione-ricostituzione”: egli infatti si configura dal punto di vista simbolico come l’opposto del padre, il quale aveva precedentemente rifiutato di riconoscere la propria figlia. Le conseguenze del ripudio paterno nella psiche della bambina sono rappresentate metaforicamente da una degradazione del corpo che, spolpato dai pesci, diventa scheletro.

A questo punto viene da chiedersi chi sia realmente questa donna scheletro. Se prima non viene riconosciuta, accettata e accolta dall’altro, la sua identità non è individuabile, viene dimenticata e negata e il suo scheletro non potrà risorgere dalle profondità del mare e ritornare corpo. Allo stesso modo, un bambino nei primi anni della propria vita è immerso nell’oceano percettivo della madre vissuta come un’estensione di sé, del proprio corpo: solo crescendo, grazie al graduale disadattamento di quest’ultima ai bisogni del figlio, egli imparerà a distinguere tra esterno ed interno, tra il proprio corpo e quello dell’altro, tra la percezione soggettiva e oggettiva della realtà e sarà in grado di raggiungere una propria autonomia[9].

L’incontro e la relazione stanno quindi al centro della fiaba e della ricerca di un reale corporeo. Al contrario del padre, il pescatore riesce a superare la propria paura e, accesa la luce della candela, si prende cura della donna scheletro restituendole dignità, entità, corporeità: la libera dalla lenza e la copre. Anche uno scheletro può avere freddo, così il pescatore la riveste di pellicce per tenerla al caldo. Queste attenzioni da parte dell’altro ci introducono nell’universo percettivo di un corpo che sta rifiorendo o rinascendo come un essere distinto e completo. Questi semplici gesti di cura diventano azione taumaturgica capace di ridestare la vita.

Come il bambino, sufficientemente accudito, piano piano va distinguendosi dall’“altro da sé”, così la donna scheletro inizia a sentire sete e, ormai capace di provvedere a se stessa, assume un ruolo attivo e si disseta per mezzo della lacrima che durante il sonno era scivolata sul viso del pescatore: «quell’unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finché la sua sete di anni e anni non fu placata»[10].

La lacrima è il simbolo dei sentimenti profondi; è l’Acqua, la fonte emotiva che fa rifiorire il corpo, la materia. La fiaba racconta di una lacrima speciale, «una di quelle lacrime che scivola giù dall’occhio di chi sogna». È di ciò che la donna scheletro si deve nutrire, ovvero le emozioni più profonde, nascoste e che, proprio per questo, non emergono durante la veglia, ma solo nell’universo misterioso del sogno; esse sono la linfa vitale dietro ogni essere. Non a caso, il simbolo della lacrima è spesso stato associato alla Rugiada, intesa dagli alchimisti come veicolo dello Spirito Universale. Le lacrime, oltre che all’acqua, simbolo delle emozioni, rimandano anche al Sale, essendo costituite in gran parte da una soluzione salina. In molte tradizioni popolari il sale viene utilizzato per allontanare il malocchio o gli spiriti malvagi ed è un portafortuna. Vi è, anche, un aspetto più profondo che bisogna sottolineare: il Sale in Alchimia costituisce uno dei tre principî Filosofici, Mercurio, Zolfo e Sale, considerati la base di ogni manifestazione. Nel regno vegetale il Mercurio Filosofico è il principio vitale che corrisponde analogicamente all’alcool etilico; lo Zolfo Filosofico è l’anima che è rappresentata dall’olio essenziale; il Sale Filosofico è la parte solida che viene ricavata dalle ceneri dei residui delle piante. I Tre Principî non hanno nulla in comune con gli elementi chimici ma corrispondono rispettivamente allo Spirito, all’Anima e al Corpo e formano la «triplice manifestazione dell’esistente»[11].

Nel simbolo della lacrima quindi coesistono l’aspetto emotivo legato al suo essere liquida ed al simbolismo dell’acqua e l’aspetto corporeo legato al simbolo del sale in essa contenuto. È proprio per questo motivo che l’azione del piangere può essere metaforicamente intesa come un “dare corpo”, rendere concreti e manifesti pensieri sentimenti emozioni sepolti che non si riescono ad esprimere. Piangere è liberare, buttar fuori, riuscire a dire; la lacrima ha dunque un potere catartico, quello che nella nostra fiaba disseterà lo scheletro. Quest’ultimo non è un oggetto inanimato, ma ha “sete di lacrime”, ovvero di emozioni, come se vi fosse una radice ossea dell’emozione che supera la dialettica tra un corpo e un’anima in lotta tra loro.

Attraverso la lacrima dunque, prendendo contatto con i dolori, le ferite ed i sentimenti profondi dell’anima, la donna scheletro si accinge a compiere il processo di ritrovamento di Sé e ad esser donna. Da questo barlume di sensazioni e percezioni primitive che investono dapprima in maniera incosciente e poi cosciente il corpo, si va piano piano attivando un processo di riconquista, che implica non solo la ricostruzione di una carne, di occhi e di forme ormai perdute, ma una vera e propria individuazione[12].

L’incontro con l’altro e la lacrima con la quale la donna scheletro si disseta fanno sorgere in lei il canto accompagnato dal suono del cuore del pescatore, che lei usa come un «tamburo possente». Jung definisce il canto come «l’espressione immediata del sentimento»[13]. Ancora una volta la fiaba evidenzia come la relazione con l’altro e l’amore siano elementi indispensabili al completamento di Sé. Grazie all’azione magica del canto che segue il ritmo del cuore del pescatore, il corpo della donna scheletro viene risanato completamente. Essa canta «carne carne carne» ed ecco sorgere in lei la carne, canta «occhi occhi occhi» ed ecco sorgere gli occhi, fino al ritrovamento di una integrità che è prima di tutto corporea ma non solo. Un corpo che si nutre del sentimento, che nasce dall’amore.

La storia termina infatti con un abbraccio, quell’abbraccio che rappresenta non solo l’unione fisica tra un uomo e una donna, ma che è allo stesso tempo simbolo dell’incontro tra il proprio archetipo maschile e femminile[14], tra il proprio corpo e la propria anima.

Secondo la riflessione junghiana l’archetipo femminile presente nella psiche dell’uomo è detto Anima, quello maschile nella donna Animus:

Ciascuna di queste figure rappresenta la parte della psiche che ha attinenza con il sesso opposto ed indica sia la conformazione del nostro rapporto con esso, sia il deposito dell’esperienza collettiva umana al riguardo: è dunque l’immagine dell’altro sesso che portiamo in noi, come esseri singoli e come appartenenti alla nostra specie[15].

L’incontro con questi due archetipi, l’Animus e l’Anima, rappresenta la seconda tappa del processo di individuazione, quel processo che mira al raggiungimento della scoperta e realizzazione dei propri bisogni più profondi e individuali. Individuarsi significa divenire un essere singolo e costituisce il naturale fine dell’esistenza umana.

La prima tappa dell’individuazione è costituita dall’incontro con la figura archetipica dell’Ombra che rappresenta il lato oscuro esistente in ogni individuo, seppur nascosto. L’Ombra è tutto ciò che è stato rimosso, tutto ciò che è “tenebroso” e che non conosciamo di noi stessi. Nella fiaba in questione l’Ombra è rappresentata dallo scheletro, la nostra materia grezza, affondata negli abissi del mare: solo facendo i conti con questa dimensione interiore, solo accettandola e riconoscendola è possibile passare alla fase successiva, quella dell’incontro tra l’Anima e l’Animus.

La soluzione del conflitto tra Animus e Anima, le due parti opposte della psiche, consente all’uomo e alla donna di ricostruire una propria identità. L’individuazione non sottrae l’uomo dal confronto con il mondo esterno. È insieme un processo soggettivo, interiore, d’integrazione, e un processo oggettivo di relazione, che contiene il rapporto con l’altro, percepito come differente da sé.

L’abbraccio descritto nella fiaba della Donna Scheletro conduce ad una vera e propria evoluzione: i protagonisti si risvegliano «in un altro mondo bello e duraturo»[16]. Questo «altro mondo» che viene semplicemente prefigurato rappresenta un ulteriore cambiamento di stato, di coscienza, che richiama le ultime due tappe del processo di individuazione. La terza tappa è l’incontro con l’archetipo del Vecchio Saggio, che rappresenta una guida, la saggezza e tutto ciò che l’individuo sta per diventare dopo avere attraversato le fasi precedenti. La quarta e ultima fase è l’incontro con la figura archetipica del Sé, che implica il congiungimento dei due sistemi psichici parziali (coscienza e inconscio) e che consente il ritrovamento del proprio centro.

Il processo di individuazione termina con il rinvenimento di un Sé integrale ovvero di quella Totalità che esprime l’autenticità di ogni singolo individuo.

La fiaba della donna scheletro è la storia della nascita di un essere e di come il suo corpo sia legato alla sua totalità, alle emozioni profonde e all’anima. La storia parla della formazione di un corpo che non muore mai (è vivo anche come scheletro), che bisogna innanzitutto liberare dai legami negativi con il passato (la lenza) e che va curato con l’amore.

Da quanto è emerso, la fiaba costituisce il luogo privilegiato per riflettere sulle strutture fondamentali della psiche. Attraverso l’amplificazione dei simboli contenuti nella fiaba della Donna Scheletro è stato possibile rintracciare le radici archetipiche del corpo.

Il corpo non è pura materia, non è possibile costringerlo entro i limiti della sua fisicità in quanto i suoi confini non sono ben definiti; possiamo chiederci insomma se il corpo sia qualcosa che viene informato dall’anima o viceversa, se sia un mero involucro che contiene l’anima o se in esso vi sia già una radice, per così dire “ossea” dell’anima.

La lettura della fiaba non offre una risposta per tutti questi interrogativi, ma allo stesso tempo ci mostra chiaramente come il nutrimento principale di uno scheletro-corpo sono le emozioni profonde che, superando i confini, sorgono in quello spazio di incontro tra sé e l’altro.

Possiamo dire con Clarissa Pincola Estes che:

Il concetto di corpo in quanto scultura, proprio della nostra cultura è sbagliato. Il corpo non è un marmo. Non è questo il suo fine, che è piuttosto proteggere, contenere, sostenere e infiammare lo spirito e l’anima che alberga, essere un deposito per la memoria, colmarci di sentimenti, cioè il supremo nutrimento psichico. Il suo fine è sollevarci e spingerci innanzi, riempirci di sentimento per provare che esistiamo, che siamo qui, per darci una base e un peso. È sbagliato pensarlo come un luogo che lasciamo per elevarci verso lo spirito. Il corpo è la base di lancio di quelle esperienze. Senza di lui non esisterebbe la sensazione di superare la soglia, non si avvertirebbero le sensazioni di sollevarsi, l’altitudine, la perdita di gravità. Tutto ciò viene dal corpo. È il corpo il dispositivo di lancio del missile dal quale l’anima osserva la misteriosa notte stellata e ne resta abbagliata[17].

[1] M. L. Von Franz, Le fiabe interpretate, Bollati Boringhieri, Torino 1980, p.1.

[2] Gli archetipi possono essere definiti come le strutture ultime di ogni rappresentazione psichica; essi «indicano l’esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque» (C. G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino 1983, p.43) e si manifestano in simboli, ovvero in specifiche immagini psichiche che vengono percepite dalla coscienza fungendo quindi da trait d’union fra essa e l’inconscio.

[3] M. L. Von Franz, op.cit. p.1.

[4] Ivi, p.9.

[5] Ivi, p.22.

[6] Cfr. Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono con i lupi (1992), Frassinelli, Milano 1993, pp. 135-137.

[7] Ivi. p.137.

[8] Oswald Wirth, Il Simbolismo astrologico, Atanòr, Roma 2002, p.21.

[9] Cfr. Donald Winnicott, Gioco e realtà (1971), Fabbri Ed., Milano 2007, p.37.

[10] Cfr. Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono con i lupi, op.cit. p.137.

[11] Manfred M. Junius, Alchimia Verde (1979), Edizioni Mediterranee, Roma 2005, p.29.

[12] L’individuazione viene definita da Jung come il processo di differenziazione che ha come scopo ultimo quello di giungere alla scoperta e alla realizzazione dei propri bisogni individuali e più profondi. Per un approfondimento di questo concetto rimando a C. G. Jung, Tipi psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 1968, pp. 463-465.

[13] Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli (1967), TEA, Milano 2010, p.286.

[14] Il tema dell’Animus e dell’Anima è stato a lungo studiato da Emma Jung (cfr. Emma Jung, Animus e Anima, Bollati Boringhieri, Torino, 1992).

[15] Jolande Jacobi, La psicologia di C. G. Jung, Boringhieri N.89, Torino 1973, p. 143.

[16] Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono con i lupi, op.cit. p.137.

[17]   Ivi., p.206.

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