Furio Gubetti, Classica per tutti. Guida alla musica classica del ‘900 in 100 CD, Cartman Edizioni, Torino 2010 (pp. 222)

Questo libretto (sono più di duecento pagine, ma non si sentono, essendo divise in 101 paragrafi) è una guida di facile consultazione a importanti composizioni “classiche” del Novecento. Partendo da una breve presentazione del compositore – vita, studi, carriera musicale, eventuali vicissitudini politiche – viene scelta una composizione che ne rappresenti la produzione e si presenta un disco che la contenga; in alcuni casi, viene anche fornita una seconda scelta, un “bis”. Spesso vengono scelte edizioni economiche e facilmente rintracciabili nei negozi; calcolando, inoltre, che molto spesso i dischi non contengono solo quella determinata composizione, si ha la possibilità di ascoltare anche altro materiale di quell’autore.

In una così semplice presentazione, non troviamo alcuna criticità. Sin dalla prefazione, però, comprendiamo che questo libro si colloca con forza all’interno di un dibattito molto acceso che riguarda la musica – e l’arte tout court – del XX secolo. Per ragioni pratiche, non viene inserita l’opera lirica, considerata meritevole di una guida a parte: si tratta di una scelta pratica contro la quale difficilmente ci si può scagliare (tra l’altro, ci si occupa di cd, non di dvd, e l’ascolto senza la visione mutilerebbe l’opera di almeno il 50% del suo valore). Ma, per ragioni ideologiche, tutta la produzione atonale (o atonicale, per dirla – più precisamente – con Philip Tagg), seriale, dodecafonica, sperimentale o elettronica non viene considerata. Quindi, niente Suite lirica di Berg, Variazioni op. 27 di Webern, Gesang der Jünglinge im Feuerofen di Stockhausen, Lontano di Ligeti, Sinfonia di Berio, Ionisation di Varèse, sonate per pianoforte di Boulez, Les Espaces Acoustiques di Grisey e via dicendo.

Come viene enunciato nella prefazione, il Novecento è secolo di paradossi e contraddizioni, nel quale si è raggiunta la «divaricazione, d’ampiezza forse senza precedenti, che avviene all’inizio del secolo fra la musica popolare e quella cosiddetta colta» (p. 13). In realtà, questa è solo metà della motivazione a monte della selezione. L’altra metà è contenuta nell’ultimo paragrafo della prefazione, in cui l’autore ammette: «Non essendo un critico o un musicista, ma solo un appassionato della musica, sono più vicino a chi inizia questo percorso…» (p. 16). Queste sono due affermazione legate tra loro che si incuneano dolorosamente nella grande divisione che è avvenuta nel pubblico negli ultimi cento e più anni, non solo creando la divaricazione tra la cosiddetta popular music e la musica “colta”, ma anche all’interno della stessa musica “classica”, come spesso l’autore non manca di ricordare citando le opinioni spesso agli antipodi di critici diversi (su tutti, svetta il doppio giudizio riguardo Joaquin Rodrigo, in cui vengono contrapposti un entusiasta Lodovici – «di gran lunga il più rappresentativo musicista del Novecento spagnolo» – alle poche, deludenti righe dedicategli dalla Garzantina della musica – «incline a un superficiale e colorito folklorismo»; p. 158). Forse non è impossibile che una guida alla musica “classica” del XX secolo tessa le lodi allo stesso tempo del celeberrimo Concierto de Aranjuez e di Hymnen di Stockhausen, ma certamente è difficile. E altrettanto certamente è lavoro arduo presentare a chi sia digiuno di storia e teoria della musica lavori complessi come Biogramma di Bruno Maderna; anzi, forse è impossibile far sì che un non esperto si innamori di questa musica senza conoscere ciò che è avvenuto prima. Date le finalità del libro, cioè presentare brevemente alcuni capolavori del Novecento musicale, non mi sento di criticare in toto la scelta di non considerare la musica considerata “d’avanguardia”. Diversamente dall’autore del libro, non sono convinto che tutta quella musica verrà dimenticata e non sopravvivrà in alcun modo; molta musica popular ha legami di parentela con molti lavori “colti” di cosiddetta avanguardia, e in quell’ambito gode di migliore salute che non in quello “originale”, ma allo stesso tempo sono convinto che troppo spesso la critica abbia messo da parte grandi compositori perché non sufficientemente “pionieristici” (Rodrigo è uno di questi).

Il momento più importante di questo volumetto è la riscoperta di autori dimenticati (Delius, Bridge, Harty, Bax, Bliss, Moeran, Walton, Arnold, Ibert, Roussel, Canteloube, Alfven, Tveitt, Madetoja, Palmgren, Englund, Beach, Hadley, Still, Harris, Creston, Schuman, Hovhaness, Hashimoto, Sculthorpe, Easton per citarne alcuni a caso), i quali ebbero tutti buona o grandissima fama in vita e che forse, dato il loro uso della tonalità, verrebbero più facilmente catalogati come popular che non come “colti”. Si noti che la Garzantina, non certo portatrice di verità assolute, ma comunque un dizionario enciclopedico che vuole essere esauriente e alla portata di tutti, dedica al massimo poche righe a questi compositori.

Con qualche felice eccezione come Ravel, Gershwin, il primo Stravinskij, Debussy e pochissimi altri nomi (niente del secondo dopoguerra), la musica del Novecento, quando si confrontano le stagioni musicali delle orchestre, viene sconfitta dall’Ottocento e dal Settecento. Fa tutta repertorio a sé; è tanto difficile che venga eseguita l’Ouverture dal Prometeo di Nono quanto una Bachianas di Villa-Lobos. I nomi tirati in ballo da Gubetti, in realtà, pur essendo meno “ostici” all’ascolto, vengono spesso dimenticati anche dal mondo discografico; non a caso, la casa discografica più presente tra quelle citate è la Naxos, davvero meritoria di essere segnalata come quella più impegnata nel mantenere vivo il ricordo di un grandissimo numero di compositori e opere che altrimenti nessun altro (vedi le blasonate Deutsche Gramophon o Decca) pubblicherebbe mantenendo i prezzi bassi.

Forse la scelta di tagliare aprioristicamente l’avanguardia è un po’ troppo brusca, ma questa guida alla musica classica del XX secolo di un non-tecnico per non-tecnici merita di essere segnalata per l’impegno nel far scoprire o riscoprire alcuni nomi importanti di un secolo così affollato – includendo, peraltro, momenti fondamentali come la musica da film, i tanghi di Piazzolla e il Klezmer di Perlman: malizie che forse un “tecnico”, colpevolmente, non si sarebbe permesso.

Jacopo Conti

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