André Bazin, Jean Renoir, cura, traduzione e introduzione di Michele Bertolini, Mimesis Edizioni, collana Cinema, Milano-Udine 2012 (pp. 253)

Darei prova di falsa modestia se non proclamassi ad alta voce
la mia emozione riconoscente. Non so se merito questo onore
ma mi appresto ad assaporarlo senza alcun ritegno.
Questo momento è un bel regalo di Bazin. Non è il primo né l’ultimo.
I grandi uomini non muoiono.

Jean Renoir

Nel 1971, data della sua prima pubblicazione, a più di dieci anni dalla morte del suo autore, François Truffaut definì la monografia di André Bazin dedicata a Jean Renoir come «il miglior libro di cinema scritto dal miglior critico sul miglior regista».

Bazin, fondatore dei Cahiers du Cinéma e riconosciuto padre spirituale della Nouvelle Vague francese, da sempre appassionato spettatore prima ancora che studioso dell’opera di Renoir, sin dalla metà degli anni Trenta scrive articoli e interventi dedicati al cinema del regista francese. Una parte di questi non trovano pubblicazione sulle numerose riviste con le quali collabora. Alla metà degli anni Cinquanta il critico e teorico decide di mettere insieme le sue carte per dare corpo ad una monografia cui dedicherà ogni suo sforzo, sino alla prematura scomparsa, avvenuta l’11 novembre 1958. Il giorno prima, un altro grande amante di Renoir, François Truffaut, inizia le riprese del suo primo lungometraggio, Les 400 cents coups (I quattrocento colpi), che sarà significativamente dedicato proprio ad André Bazin. E nel 1971 sarà proprio Truffaut a mandare in stampa (grazie alla determinante collaborazione di Janine Bazin, la vedova di André) quel libro che, finalmente, trova oggi la sua prima traduzione italiana.

La monografia si presenta da subito e dichiaratamente come un’opera incompiuta, composta di dieci parti corrispondenti ad un’arbitraria (ma tutt’altro che immotivata) suddivisione della carriera di Renoir, dal suo periodo «muto» sino alle opere teatrali e cinematografiche degli anni Cinquanta e Sessanta. Inoltre, troviamo una filmografia del cinema renoiriano le cui schede, redatte da Jacques Doniol-Valcroze, Claude de Givray, Jean-Luc Godard, Louis Marcorelles, Jacques Rivette, Eric Rohmer e Truffaut, sono tratte dal numero 78 del dicembre 1957 dei Cahiers du Cinéma, «storico» speciale dedicato interamente a Renoir. A completamento, una presentazione di Truffaut in veste di curatore e un breve intervento dello stesso Renoir dedicato a Bazin e al loro rapporto di stima reciproca.

L’importanza di questo studio è capitale non solo e non tanto per la ricostruzione dell’attività di Renoir (e ciò già giustificherebbe il suo rilievo), quanto per il fatto di racchiudere in sé il metodo di lavoro critico e teorico di Bazin, ovvero di uno dei più influenti studiosi di cinema di ogni epoca. Come sostiene Michele Bertolini nella sua introduzione al volume, quest’opera è in grado di rivelare moltissimo di Bazin e della sua capacità di mettere in costante discussione i propri assunti estetici e teorici. La poliedrica produzione cinematografica di Renoir è un vero e proprio laboratorio e campo di prova per la teoria baziniana, in primo luogo per quella categoria di «realismo» che rappresenta tanto il centro della speculazione del teorico francese quanto il centro del cinema renoiriano. L’introduzione di Bertolini ha il pregevole merito di mettere in luce la complessità della nozione di realismo elaborata da Bazin (e infatti sarebbe più appropriato parlare di «realismi»), contribuendo così a mettere in discussione quell’idea di «realismo ingenuo» che troppo spesso accompagna tanto la lettura della teoria baziniana quanto l’interpretazione del cinema di Renoir. In questo senso, ci basterà rimandare il lettore alle riflessioni di Bazin a proposito degli anni del cosiddetto «periodo americano» di Renoir: dapprima considerato come momento di negazione dell’opera francese precedente – e per questo fortemente criticato e avversato –  nel corso del tempo diventerà per il critico e teorico – che qui mostra tutta la sua capacità di ritornare sulle sue precedenti opinioni, finendo addirittura per rovesciarle – emblema della capacità di innovazione e di fuga dalle regole codificate che Renoir è in grado di compiere lungo l’arco dell’intera carriera.  Perché – e in estrema sintesi è questo il giudizio che di Renoir emerge nella monografia – è proprio nell’ «estetica dello scarto» (per usare l’efficace formula proposta da Bertolini) che risiedere l’importanza di Renoir, che, insieme a Welles e a Rossellini, rappresenta il cineasta più influente per la maturazione di quella che si è soliti a definire – con tutti i rischi e le approssimazioni che ogni definizione tanto ampia comporta – la modernità cinematografica.

Alla fine della sua breve introduzione, Truffaut scrive: «Se questo bel libro di André Bazin è incompiuto, consideratelo alla stregua di Partie de campagne: voglio dire che basta a se stesso». Già, un libro incompiuto quanto incompiuto resta quel piccolo (piccolo per la sua durata in termini di minutaggio) grande film che è Partie de campagne, pellicola del 1936 mai portata a termine da Renoir, un regista che nel corso della sua attività ha realizzato numerose opere apparentemente non concluse, in qualche modo imperfette e che, forse proprio per questo, restano così aperte da essere in grado di parlare ancora allo spettatore di oggi.

Claudio Di Minno

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