La cultura della cultura: la complessità è una sfida a Shangai. Riflessioni sul Convegno di studi interdisciplinari in onore di Edgar Morin – 28,29,30 Marzo 2011.

Dal 28 al 30 marzo si è svolto nell’aula magna del rettorato dell’Università degli Studi di Torino il convegno in onore di Edgar Morin La cultura della cultura recante come sottotitolo questa dicitura: il pensiero della complessità e le sfide del XXI secolo. Avendo preso avvio con l’augurio anticipato per il prossimo compimento dei novantanni che – in barba alla scaramanzia – è costato al povero Morin un’influenza lunga tutto il soggiorno torinese, l’amabile figura di questo vecchietto poliglotta si presenta al pubblico con una lectio magistralis che, tagliando corto con le formalità,  introduce da subito la scottante questione de La crisi della cultura. Cosa vuol dire che la cultura è in crisi? Come può un concetto necessario e universale come quello di cultura essere contaminato con l’idea tanto in voga di un’inflazione, di una recessione, o nella peggiore delle accezioni con un’idea di degenerazione, di decadimento, o di un vacillamento interno? A queste domande Morin risponde spostando il focus: non è tanto la cultura ad essere in crisi ma chi pone le domande, colui che funge da necessario raccordo dei saperi e punto di convergenza degli orizzonti conoscitivi. L’uomo.

La frammentazione del sapere e la sterminata possibilità di accedere alle informazioni destituiscono il fulcro, l’origine del domandare, in favore di un bricolage operativo illimitato poiché delegato alle macchine, ai cervelli elettronici, ai codici di interscambio delle automazioni. Chi è in crisi: è proprio l’origine divina di questa domanda a non poggiare più sulla garanzia di un’alterità in carne ed ossa. Viceversa si dà per scontato che gli effetti delle singole azioni, delle differenti economie di senso, siano orientate tutte a vantaggio di una volontà sovrapersonale che muove il mondo e la storia.

Chi scrive non esiste più, esiste un protocollo frammentato di significati che definiscono gli ambiti disciplinari, di conseguenza non esistono più le domande in cui non sià già implicita una risposta perché la specializzazione del sapere è autoreferenziale. A questa situazione sembra saper reagire l’antropologo che ha studiato il cinema, che propone il metodo per uscire dal metodo, cioé dalle costrizioni linguistiche prima, assiomatiche poi, e da tutti i dispositivi della conoscenza cumulativa. Morin sembra dire “mutando il fuoco, muta il problema: applica il tuo preconcetto, la tua abitudine all’indeterminato, all’ignoto, genera errore, diventa creativo, fa della tua vita il tuo ipertesto”. Forse. Così non deve esser sembrato però a buona parte dei relatori che sono intervenuti in questo convegno – ma come non estendere questo sospetto alla totalità generica dei convegni umanistici? – visto che nessuna frontiera è stata superata, nessuno steccato infranto, niente che non fosse risaputo in primo luogo dallo stesso relatore è stato messo in dubbio. Fondamentalmente gli studi umanistici non sembrano affatto avere compreso e digerito il meta di Edgar Morin, la meta-conoscenza insita nel “trucco” linguistico che ha reso celebri i suoi testi, frutto della passione e anche del volontariato in un certo senso: la conoscenza della conoscenza, la critica della critica, la cultura della cultura sono tutte idee che presuppongono un orizzonte Altro da cui scrutare e ascoltare il nostro pensiero. Sembriamo tutti troppo integri, maleducati e sazi, d’innanzi a questo vecchietto pelato che gira il mondo con lo stesso vizietto dei gesuiti europei che fondavano le scuole laddove la colonizzazione portava sterminio, e organizza il sapere nel terzo mondo come un’arma per fronteggiare il capitale. Personalmente, studiando l’immagine – in senso del tutto diverso dall’unico riferimento fatto a tale problematica nel convegno in questione – mi sono meravigliato nel non avere sentito parlare di critica ermeneutica, nel senso di non avere sentito nessuno fare pubblica ammenda in relazione agli ovvi condizionamenti che il nostro pensiero riceve da un paio di millenni dal “vedere” platonico, dall’eidos, con cui si fa theoria (ideomai, theorein sono infatti tutti verbi della conoscenza ottica). Tutti irrimediabilmente compromessi col proprio oggetto d’indagine senza alcuna alternativa, certamente alcune belle analisi in ambito economico ed esemplificazioni di antropologia teatrale, ma nessun meta critico nei riguardi della signora conoscenza, neppure in ambito cognitivo da cui per forza di cose è sempre meglio prender le mosse. Se l’immagine va considerata una proposta metodologica per ridefinire l’interdisciplinarità è quantomeno necessario precisare alcuni parametri. L’immagine non è solo un filtro del reale, è anche un prodotto dell’impalcatura di senso di cui, come tale, certifica l’espressione: un sintomo e per questo motivo uno strumento di cui potersi avvalere proprio per interpretare il sistema all’origine. Ma per muoversi in questa direzione bisogna cominciare col superamento consapevole della qualità primitiva che più grava sul significato di tale termine, ovvero la fissità, la concezione dell’immagine come oggetto dell’esteriorità, una pellicola e al massimo grado materico della rappresentazione, un calco. Persino Nietzsche muoveva contro il concetto dell’immagine come rappresentazione: per lui ogni immagine concepita come un segno è già rappresentazione della rappresentazione di qualcos’altro. E allora di quali immagini possiamo parlare in quanto espressione di un’intensità, per dirla con Deleuze, o della volontà di potenza, ritornando a Nietzsche? Dell’immagine in movimento naturalmente. Intendendo come tale la musica innanzitutto, cioé la dinamica sonora come cambiamento di stato di una configurazione di forze; ed il cinema successivamente come veicolo deputato alla sperimentazione del pensiero associativo e della logica spazio-temporale; ma si può solo rispondere in prima persona alla domanda chi? ipotizzando una convergenza di queste due dimensioni nell’esperienza estetica. Se è di un cambio epistemologico che si sente l’urgenza che si inverta il luogo dell’interpretazione, sperimentando personalmente i fenomeni consapevoli di un eccesso. Se la metafora della conoscenza poteva essere racchiusa fino al XIX secolo nella tecnica prospettica del mezzo pittorico, cui il simbolismo fotografico sottrae definitivamente ogni valore di verità, oggi potrebbe sembrare più appropriata l’immagine – per l’appunto non statica – di un antico quanto diffuso gioco cinese, il mikado anche conosciuto come shanghai. In questo gioco l’obiettivo è decostruire progressivamente la fitta rete di incastri di piccoli bastoncelli che si dispiega attraverso un big bang iniziale in cui stanno racchiuse le premesse per potere, non prevedere, ma forse intuire come verrà ad organizzarsi la complessità. Questa immagine metaforica situa la condizione epistemologica della ricerca scientifica nei vari giocatori impegnati a divincolare gli elementi, ma è nella sede cosmogonica di colui che effettua il primigenio evento-lancio, che potrebbe situarsi il ricercatore del futuro dal momento che tutto ormai è stato detto dei passi che si compiono per districare passo dopo passo la fitta combinazione degli elementi di un fenomeno ma poco della sua genealogia. L’ordine e la progressione sono le tecniche dell’epistemologia dominante, però stiamo ancora facendo i conti – e questo convegno lo dimostra – con i limiti della tecnica conoscitiva basata sull’inclusività logica che porta automaticamente alla scienza dell’accumulazione. Come potrebbe esserci un’alternativa se ogni specialista non sposta mai il tiro oltre i limiti del proprio orizzonte di studio diventando un abile oratore del risaputo, un esperto della ridondanza. L’antico concetto di cultura, medievale sicuramente, si fondava sul mito dell’uomo enciclopedico, ipertesto vivente. Oggi l’uomo non trattiene più lo scibile in sé stesso ma organizza la propria tassonomia del sapere: crea, e non può fare a meno di creare, il proprio metodo, l’uomo libera se stesso trovando una chiave per superarsi, il meta che ci richiama alla mente Edgar Morin. Ma la posizione che si raggiunge oltrepassandosi col meta rischia di rimanere quella della contemplazione, della supervisione estetica: l’uomo non cerca comunque ancora di superare la propria tendenza conoscitiva gravata dalla proiezione passiva, quella cioé del conoscere ponendosi a distanza dal fenomeno. Questo inevitabilmente comporta l’impasse della crisi della cultura. Ma se ciascuno provasse a compiere un primo passo operativo nel contesto che fino ad oggi ha studiato – passo che risentirà comunque della modellizzazione passata e/o acquisita come eredità disciplinare – le prime conseguenze sarebbero emotive ed è su quel piano che dovrà fondarsi la nuova analisi, sul drastico incontro col rimosso invisibile. Col tempo il ciclico ritorno del tiro iniziale – che non conduce ad una valutazione come nel caso del lancio di dadi, ma fonda la gerarchia degli elementi, come bene illustrava l’evoluzione della partita a shanghai – diventerà un’abilità inconscia che consentirà di prevedere il dispiegamento di forze e una tecnologia a venire riuscirà a quantificarle. In questo senso si possono portare ad esempio gli esperimenti del Cern di Ginevra. Per converso, nella dimensione minore della ricerca individuale l’immagine del gesto compiuto in prima persona verrebbe a fondersi con quella interiore, pulsionale diciamo oggi dopo un secolo di psicanalisi. Questa regressione istintuale rischia di sopraffare sicuramente la lucidità interpretativa essendo diventato il ricercatore un motore di senso in atto, un’opera d’arte vivente, e non potrebbe esistere un’estetica dell’estetica giacché ci si è incarnati in quello che era stato proprio l’argomento di studio. Ci vorrà poco per riconoscere queste provocazioni come dirette essenzialmente in ambito umanistico e nella fattispecie allo studio dell’arte dove la ridondanza teorica supera la produzione e le speculazioni sembrano provenire da terre aliene. Una cultura dell’arte necessita di pluralismo, eppure chi studia l’arte è ancora alla ricerca di un altrove autoriale senza desiderare intimamente di portare a compimento un destino alternativo: l’essere autore di sé stesso affermando il propro getto.

Mario Calderaro

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