Bill Frisell – Disfarmer Project: Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, 19 marzo 2011

 

Due brevi ricordi prima di arrivare alla recensione vera e propria.

  1. durante una jam session, uno dei musicisti presenta il pianista in quel momento impegnato in un solo: “Un applauso per XXX, che sta interpretando in maniera jazzisticamente pura She di Charles Aznavour!”. Nel 2010 c’è qualcuno che pensa a un concetto ridicolo come la purezza nel jazz(?!);
  2. mentre si svolge il concerto che qui recensisco, chiedo all’amico che mi ha invitato – amante del country – se gradisce ciò a cui stiamo assistendo. Mi risponde: “Moltissimo, ma non è jazz”.

Sabato 19 marzo 2011, al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, ha suonato Bill Frisell (1951), uno dei più acclamati chitarristi della sua generazione, con il suo Disfarmer Project: circa un paio d’ore di musica con proiezione, su due pannelli montati ai lati del palco, dei ritratti fotografici che hanno ispirato le composizioni e il progetto intero. L’autore di questi è Mike Disfarmer (1884-1959), fotografo che cambiò il proprio cognome per rompere con la tradizione contadina della sua famiglia e si mantenne ritraendo, nel suo piccolo studio, la gente comune del suo Arkansas; rimase sconosciuto finché, anni dopo la sua morte, furono ritrovati i negativi dei suoi lavori. Un pescatore che mostra fiero l’enorme pesce preso, coppie di anziani o di giovani sposi, piccoli gruppi di amici, ragazzi in divisa da militare o da marinaio (magari prima della partenza per la guerra), mamme con i loro bambini, fratellini, ragazze sorridenti: questi sono gli umili personaggi che popolano gli scatti di Disfarmer, sempre nel medesimo studio, con lo stesso sfondo. Sguardo fisso in camera, talvolta tenero, talvolta inquietante (anche a causa del fatto che gli occhi particolarmente chiari rimanevano male impressionati sulle vecchie pellicole in bianco e nero); certamente quegli occhi puntati sul pubblico sono uno dei motivi principali per cui era difficile non rimanere turbati e per cui il concerto ha mantenuto alta l’attenzione più di quanto non faccia il disco (Disfarmer, Nonesuch, 2009).
In questa insistenza sulla visione si inserisce il lavoro di Frisell, che vuole dare un suono a questa atmosfera rurale: non è la prima volta che si cimenta con la sonorizzazione di opere visuali, come testimonia il disco di musica espressionista del 2005 Richter 858 per chitarra e trio d’archi costruito sui quadri astratti (soprattutto olio su alluminio) di Gerhard Richter, ma questa volta il risultato è molto diverso. Prima di tutto, le immagini di partenza sono tutt’altra cosa, perciò anche la strumentazione scelta dal chitarrista: si tratta sempre di un quartetto a corde, ma questa volta si usano violino folk (fiddle, per gli anglofoni), pedal steel guitar e contrabbasso, suonati nell’ordine da Carrie Rodriguez (Chip Taylor, Lucinda Williams; anche alla chitarra tenore), Greg Leisz (Joni Mitchell, Lucinda Williams, Ray Lamontagne, Emmylou Harris tra i tanti; anche al dobro) e Viktor Krauss (Joan Baez, Graham Nash, John Fogerty tra gli altri, oltre a essere un collaboratore storico di Frisell).
Il gruppo ha iniziato con un medley della durata complessiva di ben tre quarti d’ora. Improvvisazioni tematiche, esposizioni chiare o ambigue, momenti politonali, dissolvenze sonore incrociate e suoni dolci contrastati da sovrapposizioni armoniche dissonanti si sono avvicendati nel set completo, accompagnando le proiezioni fotografiche, che ininterrotte sono continuate sino alla fine. La sala era piena (occasionalmente aperta anche la galleria; si potevano riconoscere, tra gli altri, numerosi volti noti del jazz torinese) e il pubblico ha molto gradito, al punto di richiamare ben due volte i musicisti sul palco. E’ particolarmente piaciuto il fatto che gli esecutori spesso ridessero e si lanciassero occhiate di divertita complicità.
In sostanza, guardando la scelta strumentale e i curricula dei musicisti, parliamo di un quartetto di musica country. D’altronde il chitarrista stesso ha abituato chi lo segue ad una grande apertura verso molteplici forme musicali, dal jazz moderno (Jim Hall, Joe Lovano, Paul Motian, Elvin Jones tra i moltissimi) alle sperimentazioni più estreme (i Naked City di John Zorn, ma anche Vernon Reid) fino al pop “d’autore” (Ryuichi Sakamoto, David Sylvian, Elvis Costello, Paul Simon). Eppure l’approccio è quello libero del jazzista vero, che improvvisa: allora perché non tutti sono d’accordo nel catalogare Bill Frisell come tale (o almeno, non per tutti i suoi lavori)?
Perché, a differenza dei suoi colleghi chitarristi, non costruisce il proprio vocabolario espressivo solo sulle possibilità melodiche offerte dall’armonia bensì sulla melodia e, soprattutto, sul suono: fa un grande uso dell’effettistica per renderlo talvolta incorporeo, etereo (tratti, questi ultimi, che si sposano meravigliosamente con la pedal steel guitar, come si era già avuto modo di apprezzare nel comunque non riuscitissimo The Intercontinentals del 2003), morbido, avvolgente, limpido, cristallino, con un riverbero à la Duane Eddy, mentre la chitarra jazz è dato quasi per scontato che sia “cupa”. Anche quando vi è la distorsione, tutto è sempre controllato, misurato, mai invadente. Tale attenzione alla varietà timbrica in uno strumento come la chitarra elettrica è generalmente associata al rock, e questo è un primo elemento che può confondere il pubblico, soprattutto quello europeo.
Certo, The Disfarmer Theme, che ricompare sotto vari arrangiamenti lungo l’arco della serata, potrebbe essere la colonna sonora di un film western e le cover That’s all right mama e I’m so lonesome I could cry (anche cantata – splendidamente, da Rodriguez – come bis), sono due tra i più celebri standard country di sempre, ma il jazz si è cibato, sin dalle sue origini, di materiali musicali eterogenei, basti pensare al “saccheggio” che ha fatto del repertorio cantato del musical (Gerswhin, Porter, Kern, Berlin…). Di più: il jazz è nato proprio dalla commistione di varie culture musicali, tra le quali indubbiamente quella nera è la predominante ma non la sola; non è mai stato una cosa pura (sempre che ve ne siano). Non vi è quindi ragione per pensare che una canzone di Elvis non sia riadattabile in jazz pur mantenendo i suoi soli tre accordi: evidentemente il lavoro di improvvisazione e riarrangiamento avverrà in un ambito diverso. Se il jazz degli ultimi trent’anni ci ha insegnato qualcosa, è proprio questo (e molti dei musicisti presenti in sala dovrebbero impararlo).

Jacopo Conti

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