Dal web 2.0 al verb-orale: la voce scritta della chat

di Lorenzo Denicolai

Crepuscoli dottorali, n. 1 (pdf integrale)

Abstract

Un’introduzione all’oralità di ritorno della chat e delle forme comunicative dei nuovi media. Sistemi in cui le tecniche della scrittura sottendono alle logiche della Parola.

An introduction to orality return of the chat and common forms of new media. Systems in which the techniques of Literacy underlyng the logic of the Word.

La commedia americana Jumpin’ Jack Flash (1986), della regista Penny Marshall, ha come protagonista il talento di Whoopy Goldberg alle prese con una spia statunitense bloccata nell’Est europeo e definita un pedone sacrificabile dalla propria madre, la CIA. La vicenda ruota attorno a due elementi: la canzone dei Rolling Stones, da cui il film prende anche il titolo, e il computer della banca in cui la Goldberg lavora come impiegata. Attraverso il pc, la donna prima riceve la richiesta d’aiuto della spia – che poi si rivelerà essere un uomo, anticipazione del lieto fine – e poi comincia a comunicarvi, esclusivamente attraverso lo schermo e la rete. Pochi anni prima che Tim Berners-Lee definisse il protocollo HTTP, che ancora oggi consente la lettura ipertestuale, la rete era già protagonista di film di cassetta. Ma ciò che veramente interessa è piuttosto il modo con cui i protagonisti del film – e di certo più di loro esponenti della vita reale – comunicano tra loro. Con una forma primitiva dell’odierna chat, che altro non è se non una forma innovativa di parlare scrivendo.

Nel percorso evolutivo della parola che Walter Ong traccia partendo dall’oralità e passando per la scrittura, un accenno all’ultima fase di modificazione del verbo è rappresentata da quella che lo studioso definisce “oralità di ritorno”, una strutturazione del linguaggio che subisce un riaffiorare dei sistemi e delle tecniche dell’oralità primaria, basandosi, però, sulla presenza ormai incosciente – perché naturalmente insita nella capacità comunicativa dell’uomo – della scrittura.

Questa nuova oralità ha sorprendenti somiglianze con quella più antica per la sua mistica partecipatoria, per il senso della comunità, per la concentrazione sul momento presente e persino per l’utilizzazione delle formule. Ma si tratta di un’oralità più deliberata e consapevole, permanentemente basata sull’uso della scrittura e della stampa, che sono essenziali per la fabbricazione e il funzionamento delle attrezzature, nonché per il loro uso[1].

Ong parla dunque di partecipazione, comunità, istantaneità e formularità. Terminologia molto più in uso oggi piuttosto che negli Anni Ottanta, quando il computer era ancora troppo simile a un armadio a muro piuttosto che a un notebook[2]. Vero è che, per certi versi, il computer è indubbiamente – almeno a livello teorico – poco adatto all’idea di comunità, molto più simile al libro che a forme comunitarie, quali il teatro, il telefono, la tv: è un mezzo che tende a isolare, a essere puramente scritto. In altre parole, per usare una terminologia cara a McLuhan, il computer è caldo[3], così come lo sono la radio, il cinema e naturalmente primo fra tutti il libro, altro prodotto della tecnologia, forse troppo evoluto perché troppo individuale. Risulta quindi strano pensare al computer come un medium che possa creare e rendere possibile la compartecipazione tipica di una performance artistica quale il racconto antico, l’esaltazione tecnica e linguistica della Commedia dell’Arte o il linguaggio televisivo nell’oralità secondaria.

Derrick De Kerckhove sembra addirittura rafforzare la teoria del suo maestro circa il computer come mediumcaldo:

i computer sono come libri elettronici, vi restituiscono il potere del libro e il potere di controllare il linguaggio, anche se condividete questo potere con una macchina. La macchina mette la vostra mente sullo schermo all’esterno, ma siete ancora voi a controllare la relazione. Così, i libri vi rendono privati, mentre radio e TV rendono pubblici e i computer vi fanno diventare di nuovo privati[4].

Di fatto non si uscirebbe da questo vicolo cieco e non si avrebbe neppure una spiegazione logica per la trama di Jumpin’ Jack Flash se si considerasse il computer come mero mezzo di scrittura, registrazione ed elaborazione di dati, ma non come sistema in grado di comunicare con altri suoi simili e capace, soprattutto, di mettere in comunicazione esseri umani, i veri lettori dei libri e – per analogia – dei computer. La sorprendente presenza di cellule di oralità secondaria si evidenzia nel proseguo dell’intervista, in cui De Kerckhove dice che:

La rete è il computer più la televisione più la radio più il telefono. Una volta congiunti i computer e i telefoni, avete linguaggio esterno, collettivo, e linguaggio interno e privato con la macchina. Per la prima volta nella storia, c’è una situazione in cui abbiamo un controllo privato del linguaggio che non viene eliminato dal collettivo, e che non elimina il collettivo[5].

Insomma, con-fondendo i media, anche quelli più evoluti tecnologicamente e moderni, si origina un mezzo di comunicazione – naturalmente inteso come elemento che modifica, senso caro a McLuhan – che si avvicina sempre di più verso una forma creativa ed espressiva orale, seppur basata anche sulla scrittura. La novità, vera e orale, è il web, la rete. E questa nelle sue diverse forme di applicazione e di utilizzo.

Le forme ultime di comunicazione sul computer prevedono l’utilizzo della rete come telefonia. Basta citare il caso Skype[6], che attraverso il web consente la possibilità di telefonare a numeri fissi e mobili di tutto il mondo, oltre che contattare altri pc, a tariffe molto convenienti perché basate sulla navigazione della linea digitale di internet. Si può quindi parlare di quella miscellanea di tecnologie che De Kerchkove immaginava parlando di web. Ripartendo poi dalle definizioni di McLuhan, il telefono è un medium freddo, poiché la sola voce diffusa prevede un lavoro attivo da parte dell’utente nell’immaginazione della situazione che sta costruendo attraverso la narrazione telefonica; un medium «che richiede la partecipazione di tutti i nostri sensi e le nostre facoltà. A differenza della radio, esso non può essere usato come “fondo”. E dal momento che ci dà un’immagine auditiva molto debole, la rafforziamo e la completiamo con l’impiego di tutti gli altri sensi»[7]. Da questa breve descrizione, appare evidente come l’elemento telefonico sia considerabile a tutti gli effetti uno strumento per la creazione di relazioni interpersonali anche di natura fisica, benché quest’ultima sia da considerarsi più come condivisione a distanza. Non solo, naturalmente[8]. Emergono quindi i diversi concetti legati all’immagine del telefono che sono più o meno riassumibili in un elenco: mezzo di contatto, di chiacchierata, di aiuto (qui ancora declinato in diverse tipologie: soccorso, aiuto psicologico…), di lavoro, ma anche contatto con persone che sono all’altro filo dell’apparecchio, ognuna con le proprie caratteristiche fisiche e psichiche che, dunque, modellano di volta in volta la natura della telefonata e delle reazioni che possono scaturire.

Il telefono è senza dubbio una manifestazione della tecnologia orale della modernità, per l’impossibilità di mantenere nel tempo le conversazioni effettuate se non con la registrazione delle stesse. Un materiale aleatorio, si potrebbe dire, esattamente come i racconti dell’antichità. Ma non solo. Proprio per questa sua natura di afflato, il contenuto della telefonata ha un valore diverso da quello di uno scritto, che per costituzione rimane nel tempo: se lo scritto è possibile rileggerlo e dunque riconsiderarlo e interpretarlo partendo da basi oggettive (le parole)[9], il prodotto telefonico viene immediatamente consegnato alle capacità mnemoniche e alle loro eventuali abilità nella modificazione del pensiero. Questo discorso dipende dalla flessibilità di ragionamento dei soggetti che comunicano attraverso telefono, ma è piuttosto comune cominciare a costruire significati e situazioni imprevedibili e fantasiose partendo da concetti solo sentiti e di cui non si hanno fondamenti scritti che, come tali, avrebbero funzione di ricordo e di riconduzione alla realtà dei fatti. Al telefono la conversazione viene creata istantaneamente, basandosi su costruzioni logiche e di pensiero che poi vengono sviluppate oralmente: la telefonata di lavoro può originarsi da una sequenza di appunti che poi vengono ampliati durante la conversazione, ma difficilmente si pensa al telefono come strumento di comunicazione di un testo interamente scritto. Se poi la telefonata ha motivazioni meno impegnative – una chiacchierata amichevole e simili – allora è possibile che il contenuto scaturisca interamente dal rapporto umano che lega le due persone interessate, andando a richiamare dalla memoria esperienze vissute o desiderate magari insieme. Diametralmente opposto è il caso della lettera, ad esempio, che si può naturalmente fondare su ricordi o ragionamenti da voler rendere espliciti, ma che necessita di un’esposizione fissata nel tempo – attraverso la scrittura su foglio o su file di testo del computer – dal mittente e che non conosce una linea evolutiva immediata da parte del destinatario, che può, al massimo, incominciare a costruire una risposta nella sua mente prima di trasporla su testo. Questo lasso temporale può essere eliminato eventualmente dall’utilizzo della mail, ma dal punto di vista strutturale resta la differenza di fondo tra sistema telefonico e quello letterario, poiché anche la mail ha fondamentalmente la natura di scrittura e non di conversazione[10].

Potrebbe essere paradossale ma probabilmente dimostrabile il fatto che il telefono abbia causato una modificazione sostanziale del computer e un cambiamento del suo stato mediale. Di fatto è con la linea telefonica che si sviluppa globalmente il web e di conseguenza il mutamento della natura del pc, da medium caldo, caldissimo a freddo o, almeno, tiepido.

Il computer nasce come elaboratore di dati e di calcoli, ma ritengo manifesti una delle sue massime potenzialità di condivisione solo negli ultimi vent’anni circa, con l’avvento della rete internet.

Le argomentazioni presenti nelle pagine di Ong sostengono la tesi secondo cui il computer abbia lentamente rimpiazzato l’arte tipografica e ne abbia anche assorbito nella quasi interezza le caratteristiche e le capacità di isolamento dell’utente tipica di uno strumento basato sulla scrittura, sull’individuo piuttosto che sul collettivo. Così come il libro e il foglio di carta, il computer isola e neutralizza in parte la collettività, che perde l’abitudine al racconto comune a favore di una lettura solitaria. Non solo. Internet, almeno in un primo momento e in linea generale, non differisce più di tanto dallo sfogliare un libro o, ancora, dalla fruizione di una certa tipologia di televisione – quella di nicchia, con canali tematici aperti a pochi esclusivi adepti – poiché l’utente è abituato a subire l’informazione e la conoscenza attraverso il mezzo, che si manifesta in tutta la sua rigida consapevolezza di elemento individualizzante. Un esempio per mettere in evidenza il fenomeno: è possibile che più persone siano connesse contemporaneamente e siano collegati al medesimo sito, ma nessuno degli utenti può interagire con le nozioni ricercate né, tanto meno, con altre persone interessate a un medesimo argomento. Questa situazione viene gradualmente smantellata con l’avvento del Web 2.0[11], una nuova concezione della rete, non più assorbita passivamente come realtà da subire, ma vissuta come luogo di interazione e di condivisione partecipante: di fronte a questo cambiamento, l’utente non accetta più passivamente, ma contribuisce alla formazione della conoscenza, scambia pareri e opinioni con altri internauti presenti in rete, costruisce punti di discussione e mette sul web le proprie capacità e abilità nel comunicare anche se stesso (attraverso i blog per esempio). Oggi internet è punto di ritrovo di milioni di forum, orientati a ogni tipo di argomento come forma di discussione on line, che contribuiscono alla formazione di una conoscenza diffusa e compartecipata impensabile fino a pochi anni fa e distante per natura e struttura da quella fisica del libro. L’esempio più evidente di questa conoscenza comune è il sito wiki, da cui deriva l’enorme enciclopedia condivisa, Wikipedia. I contenuti del sito possono essere sviluppati in collaborazione con tutti coloro che ne hanno accesso, in una sorta di forum evoluto. A livello di puro ragionamento, così come ognuno può contribuire con il racconto di un evento o una favola nella tradizione orale, qui ogni utente può aggiungere la sua considerazione o la sua conoscenza su un dato argomento di cui si sta trattando.

Questa condivisione di contenuti si apre a molte declinazioni – così come a molti rapporti comunicativi: relazioni uno a uno (mail, chat), uno a molti (mail, forum, blog), molti a molti (mail, chat, forum), solo per citare i casi più comuni – che prendono in considerazione i campi più diversi di relazioni interpersonali e di contenuti. Con la natura del web 2.0, sono facilmente condivisibili video, fotografie, scritti, musiche[12], oltre che naturalmente applicazioni per il computer, giochi, brani musicali, film[13] e quant’altro sia legato al mondo dei media e alla sfera emotiva.

Un caso interessante – non tanto forse a livello sociale e immediato, quanto piuttosto in un’analisi più approfondita e nascosta delle strutture comunicative – risulta essere il peer-to-peer (cfr. nota 13), formula che consente la costruzione di una comunità equivalente (peer in inglese significa “pari”) di conoscenza condivisa, che viaggia attraverso la linea telefonica (il web) e che si materializza sullo schermo del pc, nella condivisione più pura e ampia di materiale. I software che sfruttano le reti per scaricare film e canzoni rendono fruibili il contenuto anche ad altre tecnologie – e quindi a un maggior numero di persone. Il ragionamento non è immediato: tramite i social network gli utenti condividono un oggetto che rimane però virtuale, poiché praticamente nessuna di queste piattaforme consente il download dei file, ma solo il loro godimento attraverso la rete. È un caso simile a quello di un libro consultabile in biblioteca ma non inserito in lista prestiti. Con il file scaricato da peer-to-peer, invece, è possibile anche rendere reale quel contenuto, attraverso ad esempio supporti fisici o tecnologici (dvd, cd, mp3…), così da aumentare la circolazione del materiale ottenuto[14]. A differenza dei social network, si contribuisce però alla diffusione della conoscenza normalmente già definita e non a una visione evolutiva come ad esempio capita con Wikipedia citata poco sopra. Il discorso si potrebbe allargare a macchia d’olio e rischiare come tale di diventare scivoloso: nonostante le implicazioni illegali che vengono riconosciute al software equivalente, non sarebbe sbagliato pensare al peer-to-peer come a un perfezionato sistema evolutivo presente già in natura e inconsciamente copiato dall’uomo. In un suo interessante libro, Steven Johnson arrischia una tesi di paragone tra il funzionamento del mondo delle formiche e il cervello umano, delle intricate vie di una metropoli ai meccanismi nascosti dell’economia mondiale. Ciò che colpisce in questa sede sono alcuni passaggi con cui il sociologo statunitense illustra il mondo funzionale della formica, paradossalmente molto vicino all’emisfero della conoscenza condivisa di cui s’è parlato in questo paragrafo.

[Deborah Gordon] mi introduce in una stanza sepolcrale in fondo a un corridoio; all’interno, lungo tre lati sono allineate tre lunghe tavole. L’impressione iniziale è quella di banconi vuoti, ma avvicinandomi comincio a notare le microscopiche organizzatrici che li popolano. Le formiche vivono in un’intricata rete di tubi di plastica che collegano tra loro una dozzina di scatole foderate da un sottile strato di sporcizia[15].
Ma nonostante […] lo status di regalità, non c’è niente di gerarchico nel pensiero di una colonia di formiche. La regina non è un’autorità. Si limita a deporre le uova, e perché compia tranquillamente il suo lavoro è nutrita e accudita dalle operaie. Non decide quale operaia farà che cosa. […] Le formiche operaie che conducono la formica regina fino al suo rifugio non lo fanno ubbidendo a un ordine del loro capo, ma perché la regina ha la responsabilità di far nascere tutti i membri della colonia e così è nel migliore interesse della colonia stessa metterla al sicuro. I loro geni le istruiscono a proteggere la loro madre, nello stesso modo in cui i loro geni le istruiscono ad andare alla ricerca di cibo. In altre parole, la patriarca non addestra i suoi servitori a proteggerla, è l’evoluzione a farlo.
Le formiche sono in grado di gestire un’accurata ripartizione dei compiti, ma nel loro regno non esiste alcun piano quinquennale. Le colonie […] mostrano alcuni dei comportamenti più suggestivi presenti in natura: intelligenza, personalità e apprendimento che emergono in modo bottom up[16].

Fatte le dovute distinzioni, così come la formica regina consente il mantenimento della colonia e tutte le formiche la proteggono, l’iniziatore di una rete condivisa (sia per condivisione di materiale, sia per messa in comune di informazioni e conoscenza) dà l’avvio a un sistema di equità in cui ognuno sa come contribuire. E tutte hanno compiti assegnati e di uguale peso per il mantenimento della colonia, così come tutti gli utenti sono sia server sia client in un mondo parallelo di condivisione di file. Questo sistema ha poi delle sofisticate armi di protezione, che consentono, a volte, di ripristinare l’ordine precostituito in caso di caos improvviso: in Wikipedia, per esempio, è possibile tornare alla versione precedente di un contenuto nel caso quello attuale non sia ritenuto corretto. A questo si aggiungono pagine di discussione in cui ogni argomento può essere vagliato e giudicato idoneo o meno, oltre a una serie brevi norme che regolano la crescita del sapere contenuto. Un po’ come le linee evolutive che spingono, per l’appunto, le formiche a procurarsi il cibo.

Questa parentesi sulle forme di condivisione di cultura è terreno fertile per tornare all’argomento appena sfiorato con il riferimento a Jumpin’ Jack Flash, la comunicazione “verb-orale” attraverso la rete.

Una delle sue forme più rapide e conosciute è senza dubbio la chat, non solo ponte tra due o più internauti, ma medium che unisce tutti gli elementi fin qui illustrati, dal telefono al web 2.0. Il significato del termine e la sua traduzione, “chiacchierata”, evidenziano la doppia natura orale eppure scritta di questo sistema. Il termine composto che ho utilizzato per descrivere questa forma comunicativa, “verb-orale”, è volutamente pensato come un connubio tra verbum e os, che hanno interessanti traduzioni dal latino: parola, espressione, discorso, chiacchiera, sentenza e faccia, bocca, voce, parola, linguaggio rispettivamente. In queste versioni è nascosto il senso del termine e la conferma della natura bifronte della chat. Riprendendo alcuni passaggi di Ong sull’oralità secondaria, come già sottolineato poco sopra, si scopre che essa ha richiami preponderanti con l’oralità primaria, ma fondata su una consapevole presenza di strutture fisse, immutabili, quali appunto la scrittura, la stampa. Oggi si direbbe la televisione, il web, in una consequenziale linea di trasformazione della prima nella seconda. La chat è quindi comunicazione orale che si manifesta in modo preponderante se non assoluta con la scrittura. Qui il configurarsi di “verb-orale”. A una prima linea di interpretazione, non necessariamente più superficiale, quindi, si tratta di una forma di scrittura che sottende l’orale, un’espressione che capovolge in parte ciò che era finora tipico dell’oralità di ritorno, in cui la voce celava lo scritto: la televisione, la radio, lo stesso teatro moderno, forme che si manifestano oralmente e che però hanno in sé il testo scritto da cui partire. Con il web e in special modo con la chat si ha il riflesso di questa condizione. L’utente si serve di forme scritte per tradurre rapidamente in immagini grafiche elementi solitamente legati alla voce, al suono, creando quindi un ponte di contatto tra ciò che è visto e ciò che è udito: una commistione che interessa più organi sensoriali. D’altra parte in un normale dialogo tra persone, sono stimolati diverse ricezioni di senso contemporanee, non solo singole. Il chattare presuppone l’utilizzo di parole scritte al posto della vocalizzazione, ma senza la sostituzione delle strutture formulari che sono alla base della chiacchierata: il linguaggio spiccio e rapido, che si traduce in abbreviazioni anche esasperate è un modo per assecondare l’esigenza di parlare scrivendo, accorciando i tempi di reazione. Questo comporta, come sottolinea nelle sue pagine Giovanna Cosenza, anche un effetto di vicinanza tra due utenti creato dalla tecnologia[17]. Effetto naturalmente che è diverso dalla reale condizione spaziale in cui due o più utenti si trovano.

Ciò che risulta evidente, tornando alla questione linguistica e strutturale, è anche l’utilizzo diffuso di una serie di forme iconiche che consentono l’esplicitazione di uno stato o di una reazione all’interno della comunicazione che sta avendo luogo. Qui si sublima la telefonata, trasformandola in una sorta di videochiamata primordiale, nel senso che non è visibile la mimica di chi parla (cosa naturalmente possibile con Skype e con le ultime forme di chat con webcam), ma la sua rappresentazione grafica, attraverso le emoticons. Si tratta di un alto numero di icone grafiche, le “faccine”, che visualizzano le maggiori espressioni visive e che riproducono stati d’animo (viso sorridente, triste, con le lacrime, viso arrabbiato…), sentimenti (cuore, cuore spezzato…), sensazioni (freddo, caldo…), azioni che rimandano a desideri o doveri (emoticon che parla al telefono, che legge un libro, che prende il sole…) piccoli regali virtuali (rosa che sboccia, pacco regalo…) e tutto ciò che può normalmente essere presente, sia come azione mimica e gestuale, sia come oggetto durante una conversazione fisica (la luna per augurare la buonanotte, la torta per gli auguri di compleanno…). Si sarebbe di fronte a una graduale digitalizzazione dell’actio, parte dell’oratoria classica contenente tutta la tecnica gestuale impegnata durante i lunghi discorsi forensi. Ma non solo. Da questo breve elenco si evince anche come si stia rapidamente passando da un’icona che arricchisce e specifica un atteggiamento emotivo e gestuale a una che tende a sostituire del tutto la parola e che contiene in sé, quindi sia il significante sia il significato tipico del linguaggio. Quando, chiacchierando in chat, compare ad esempio l’icona della faccina che ride, l’utente che riceve sa immediatamente lo stato in cui si trova il suo interlocutore: ma l’emoticon, come visto, contiene altre informazioni. In sostanza, attraverso l’icona, si può risalire al suo significato denotativo (nel caso specifico, il sorriso),  ma anche a quelli connotativi (lo stato di benessere, la simpatia…). Quindi il raggio di utilizzo e di interpretazione si allarga a dismisura, fino alla sostituzione della parola con l’immagine. Con una sola emoticon si ha la possibilità di esprimere anche un concetto più ampio, rendendo l’icona a tutti gli effetti il veicolo segnico, il significante che porta con sé il significato e lo trasferisce al destinatario, che viene messo di fronte a valori denotativi e connotativi che interpreterà a seconda del codice e della situazione in cui avviene il dialogo. La sua struttura – rivelata anche dal nome – è significativa, poiché ha in sé la doppia natura di icona e di emotività, un connubio che rende graficamente la fusione tra suono e gesto tipica della comunicazione orale.

La logica della rapidità di contatto, di telefonata scritta richiede poi un utilizzo costante di termini abbreviati, per una maggiore scioltezza di esposizione verb-orale: il comunicare via chat porta all’esasperazione della brevità tipica del linguaggio dell’internauta e già sperimentata in parte con l’invio delle mail e, meglio, con la messaggistica dei forum. Le parole di uso comune sono tutte accennate dalla scrittura, un po’ come nella quotidianità dell’infanzia e dell’amicizia vengono abbreviati i nomi troppo lunghi delle persone con cui si parla. Da questo punto di vista anche l’abbreviazione della parola – così come quella scritta correttamente – (quella, cioè, non connotabile dalla sua rappresentazione grafica dell’emoticon) nient’altro è che un altro segno iconico, attraverso cui l’utente esprime il proprio messaggio[18]. Seguendo in generale il percorso tracciato, una semiosi dell’emoticon porta quindi a considerare la correlazione che intercorre tra l’espressione e il contenuto possibili di questa forma, ragionando sulla sua natura: espressione che comunica un contenuto anche emotivo, espressione grafica (o scritta) di un contenuto che ha struttura orale. L’emoticon è quindi un mezzo attraverso cui viene veicolato un messaggio, addirittura è essa stessa un messaggio, una forma di trasformazione, che da scritta comunica una voce. Dunque l’emoticon è contemporaneamente segno e medium, così come significante e significato o messaggio.

Il passaggio successivo a questa forma di comunicazione “web-fonica” è ciò che si sta verificando con la graduale evoluzione di programmi di videochat, che presuppongono la possibilità di parlare vedendosi. Ogni strumento di IRC (Internet Relay Chat) ha ormai al suo interno uno spazio apposito per il video, ulteriore passo avanti verso la visione emozionale tramite web. Se da un lato si può parlare di una moderna videotelefonata, dall’altro si assiste a un fenomeno di condivisione e compartecipazione a filmati: la videochat non solo può sostituire o implementare le forme di chat e di contatto anche visivo via web, ma rendere visibile un video e commentarlo in contemporanea chattando: gli utenti vengono così inseriti in una sorta di applicazione del web 2.0 (cioè di quella struttura che consente una fruizione non passiva della medialità), diventando in qualche modo parte di essa. Ciò che avveniva negli anni del boom televisivo, di vita comune attorno alla puntata del varietà serale una volta alla settimana adesso è moltiplicato nella sua quantità e nella sua forma, consentendo una presenza virtuale di due o più utenti, che guardano e commentano insieme eppure a distanza una trasmissione televisiva su web[19]. Ancora vicinanza, dunque, anche se fittizia perché non fisica. Ma per certi versi vicinanza emotiva, partecipativa, empatica oltre che virtuale. Distruzione mediale della distanza fisica che con la chat è ormai conclamata (basti pensare all’utilizzo che si fa dei sistemi di IRC e dei nuovi media in generale non solo per svago ma anche nei luoghi di lavoro) e che rende tale anche quella televisiva. È un’ulteriore evoluzione di ciò che la web tv e i sistemi di condivisione video (video sharing) hanno imposto all’utente, perché si commenta istantaneamente, mentre si gode del prodotto e non dopo averlo visto. E soprattutto si dialoga. Anche la piattaforma è studiata nei minimi particolari per assomigliare a una tradizionale tv: più canali tematici, ognuno dei quali contiene delle trasmissioni (o spezzoni delle stesse), per indirizzare meglio l’attenzione e la curiosità di ognuno. Da una rapida analisi emerge il fatto che la maggior parte dei temi trattati è legato all’emisfero giovanile, essendo tale anche l’età media degli utilizzatori del servizio, con la presenza anche di canali e programmi di derivazione – se non addirittura i medesimi – dei format presenti sulla televisione tradizionale: questo consente un graduale spostamento dell’interesse verso una forma di web tv che viene ulteriormente ibridata, fino a diventare un’appendice di una normale comunicazione telefonica. Un po’ come parlare al cordless e commentare in linea una partita di calcio. Ma questo avviene con un mezzo unico, più rapido e al limite certamente meno costoso. Un ultimo accorgimento che dimostra la graduale virtualizzazione del flusso comunicativo: perché sia possibile vedere un programma tv su chat, è necessario che due o più utenti siano in contatto. Per ovviare a questa piccola limitazione, la casa produttrice di quello che è a tutti gli effetti un nuovo medium collettivo ha ideato un amico (utente) virtuale, con cui non sarà magari molto semplice instaurare la conversazione, ma che renderà almeno possibile la fruizione del format tv scelto. Dall’amico immaginario e poi reale con cui Whoopy Goldberg parlava nella forma primitiva di chat a un amico virtuale che per ora è ancorato nel software di un computer. Ma che non è detto un giorno possa crescere.

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[1] W. Ong, Oralità e scrittura – Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 1986, p. 191.

[2] Solo curiosa e casuale coincidenza o qualcosa di vero e studiato, il fatto che la maggior parte dei computer portatili si chiamino notebook, che, letteralmente, significa “blocco per appunti”, implicando quindi l’idea di una scrittura e di una successiva lettura di ciò che è stato appuntato?

[3] M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2002, pp. 31-42.

[4] Vedi http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=110&tab=int&tem=44: in questa lunga intervista, dal titolo “La mente umana e le nuove tecnologie della comunicazione” (Napoli, 23/06/95), Derrick De Kerckhove affronta il mondo della comunicazione e l’affacciarsi della rete, come elemento di connettività, passo decisivo verso il «villaggio globale» di McLuhan.

[5] Ibidem.

[6] Per informazioni più precise, rimando al sito ufficiale del software, www.skype.com .

[7] M. McLuhan, op. cit., p. 284.

[8] Particolarmente interessante, anche se idealmente lontana dalle teorie di McLuhan circa il medium, le concezioni che fanno capo ai modelli di comunicazione di Claude E. Shannon e Warren Weaver del 1949, secondo cui il messaggio viene codificato in modo da poter ottenere un segnale da inviare al ricevente attraverso un trasmettitore. Una volta ricevuto, il segnale sarà decodificato e riconvertito nel messaggio originale. Tra il trasmettitore e il ricevitore c’è il canale, il mezzo attraverso cui transita il segnale.

[9] Questo naturalmente non evita interpretazioni diverse di uno scritto, che può essere modificato e filtrato a seconda dei sensi attribuiti alle parole e dalla normale impossibilità di non influenzare il significato della parola medesima con preconcetti, idee e pensieri legati a un determinato argomento e presenti nei ragionamenti umani.

[10] Per una analisi accurata delle differenze tra telefono e lettera, rimando al capitolo Il telefono, gli elenchi telefonici e la “piazza universale” in Gian Paolo Caprettini, Ordine e disordine, Meltemi, Roma 1998, pp. 121-160.

[11] Il concetto, ormai quotidiano e in piena applicazione, si riferisce a un’evoluzione del web, che si basa non più sulla riproposizione di schemi rigidi, ma su un uso diffuso di sistemi di semplificazione per l’organizzazione dei contenuti e la loro condivisione, oltre che per il loro miglioramento continuo, su sistemi che hanno una rilevanza anche in ambito strettamente sociale, come i social network, le community, i blog e i forum: tutte realtà che ogni giorno mettono in contatto centinaia di utenti provenienti – virtualmente – da ogni parte del globo.

[12] Solo per citare i casi più famosi. Per i video, il portale YouTube, poi preso a modello da molte altre realtà internet (GoogleVideo…) è forse il maggiore contenitore di materiale video presente in rete e fruibile da chiunque sia on line. Questo sito, così come tutti quelli che ne derivano, consente all’utente la pubblicazione sul web di un proprio video, di uno spezzone di film o di una trasmissione televisiva che abbia un significato particolare per lui, con la possibilità di ricevere da parte utenti che con tutta probabilità non conosce nella vita reale commenti, suggerimenti, critiche e la segnalazione di altri video presenti in rete. Della stessa natura sono anche Flickr, per le fotografie e LastFM, per la diffusione della musica, dei gruppi musicali emergenti e dei grandi della scena internazionale. Ognuno di questi portali è anche un social network di ultima generazione. Ogni utente, infatti, all’atto della registrazione al portale, è invitato a tracciare un profilo di se stesso (ovviamente è libero di crearsi esistenze parallele) che servirà al sistema per stillare un elenco di persone che possano risultare simili per gusti, carattere o formazione, per facilitarne la conoscenza e il contatto, magari via chat o mail.

[13] Per la condivisione di questi media si ricorre a software P2P (peer-to-peer), che consentono la costruzione virtuale di reti di computer che non possiedono nodi basati su gerarchia (client, server fissi) ma un numero elevato di nodi equivalenti, che fungono sia da client che da server verso altri nodi della rete.

[14] È questo uno dei motivi principali per cui ufficialmente scaricare materiale da rete non è legale, poiché si crea un circolazione di materiale libero e gratuito che danneggia le vendite tradizionali.

[15] S. Johnson, La nuova scienza dei sistemi emergenti, Garzanti, Milano 2004, p. 23.

[16] Ivi, pp.24-25.

[17] G. Cosenza, Semiotica dei media, Laterza, Bari-Roma 2004, p. 121.

[18] Si tratta evidentemente di un ragionamento estremo, che però può avere somiglianze e derivazioni dal modo espressivo della lingua parlata, ricca di esempi di questo genere. Penso intanto a quella anglosassone, che banalmente ricorre alla sigla OK al posto dello scomodo “all correct”, con la sostituzione della lettera “a” con la lettera “o” per sottolinearne il significato e, forse, simularne il suono. Interessante notare che sigla e significato potrebbero più semplicemente risalire al contrario di knock-out, abbreviato con KO.

[19] Attualmente questa possibilità è data da msn tv, all’interno del pacchetto Messenger della chat di Microsoft (http://it.msn.com). Anche il nome della comunità che si è creata negli anni attorno alla chat di Msn riporta il sostantivo “live”, che esplicita quindi l’occasione di vivere in contemporanea e in contatto emozionale con l’etere. I video disponibili sono al momento registrazioni di trasmissioni precedentemente andate in onda sulla tv tradizionale. Si potrebbe per cui parlare anche in questo caso di un sistema di condivisione di video, al pari di un YouTube evoluto, che consente il commento ai video immediatamente e non attraverso un forum di discussione e di commento.

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