Cronosfera Festival – Mondi Iridescenti: un conflitto d’interesse d’influenze siderali, 2ª edizione, Torino 28-30 maggio 2010

Dal 28 al 30 maggio 2010 a Torino, nei locali del Cinema Massimo e dell’Hiroshima Mon Amour, ha avuto luogo la seconda edizione del festival Cronosfera, quest’anno centrato sulla tematica dei «mondi iridescenti». Tematica aperta e, giustamente, non circoscritta alle riduttive quanto instabili categorie di genere, mi ha offerto la possibilità di gettare un’occhiata su una non irrilevante fetta della produzione legata in qualche modo al mondo della fantascienza. Essendo stato invitato ad occuparmi della selezione e della valutazione dei video in concorso insieme ad altri studiosi di audiovisione, il testo che segue non può esser concepito come una recensione in senso classico, ma intende offrire il resoconto dei criteri seguiti dalla giuria e condividere una riflessione su alcuni aspetti culturali del concetto di “immaginazione”.

Emerge in primo piano nell’insieme dei filmati in archivio la mancanza totale di sperimentazione sonora, che salta alla mia attenzione per un’ovvia deformazione legata al campo di studi specifico, ma che è legata in termini più ampi al generale sovrappeso del visivo nella cultura contemporanea. Prodotti commerciali legati alla grande industria del cinema, come Alice in Wonderland di Tim Burton ed in generale tutta la recente produzione in 3d, nonché la reale diffusione dei mezzi basilari dell’arte cinematica sembrano essere responsabili di un’inflazione cromatica, della saturazione spaziale sullo schermo, della paralisi drammaturgica, laddove il suono è stato sempre una figura determinante in tutti i classici del genere.

Ciò premesso la residuale funzione drammaturgica del suono nei lavori vincitori merita comunque di venir menzionata almeno in relazione alla gran parte delle opere presentate in rassegna. Questo perché la supposta “iridescenza” istintivamente sembra risvegliare una serie di preconcetti legati alla chimica psichedelica o alla visione estasiata di un reale naturale ormai perduto, senza alcuna sperimentazione drammaturgica che amplifichi la stessa percezione dell’immaginario rappresentato. Questo è proprio ciò che accade in Synchronisation del lituano Rimas Sakalauskas, vincitore della sezione computer art, dove in un tipico scenario urbano dell’Europa orientale alcune costruzioni umane di dimensioni sempre più grandi cominciano a roteare fino a che un’enorme antenna si stacca dal suolo e volteggiando si allontana dalla superficie terrestre. Il suono crea un’atmosfera di sospensione attraverso il crescendo di un drone allucinatorio che riporta alle leggi universali della gravitazione e di un’immediata relativizzazione dell’attività umana alle leggi del cosmo in definitiva si tratta. Viceversa la menzione speciale nella stessa categoria è stata attribuita alla tedesca Angela Steffen che, col video Lebensader, eccelle nella realizzazione di un’opera di animazione basata sulla metamorfosi delle forme in livelli di profondità continuamente cangianti, operazione che, pur basata su una realizzazione di gruppo e viziata nella sua struttura dall’uso di software i cui stilemi sono immediatamente riconoscibili, non ha eguali rispetto a tutta una serie di tentativi consimili, nell’estetica e nel gusto.

Un’altra serie di problematiche sono state affrontate prima di decretare come vincitore della categoria videoarte il non proprio sconosciuto videoartista berlinese Thorsten Fleisch. Sicuramente la categoria più densa per numero ed eterogeneità dei contributi, è la stessa che ponendo alcune problematiche classificatorie apre già specifici interrogativi di ordine concettuale, rischiando di risultare in definitiva il calderone della sovrapproduzione amatoriale. Infatti le principali tendenze di questo enfant terrible dell’arte cinematica, rintracciabili nella selezione del festival, possono riassumersi nella documentazione dell’intimo (privato o biografico), nell’effetto speciale a basso costo, e nella sperimentazione linguistica (concreta forzatura del medium o astrazione concettuale). Dromosphere  di Thorsten Fleisch riassume in sé tutte queste tendenze in quanto estrema manipolazione digitale di un oggetto banale che assurge a riflessione critica sul mito della velocità: qui è un modellino di una Ferrari, emblema del luogo comune internazionale dell’accelerazione, ad essere lacerato con un effetto di freezing sugli assi cardinali di in uno spaziotempo assoluto, e che si scopre infine collocato in un ambiente domestico, in un crescendo sonoro che si estingue poco tempo dopo l’epifania del dispositivo estetico. Di gran lunga l’opera più complessa, essa incarna una tendenza al doppio senso ed all’ironia comune a varie opere in questa sezione ma con una potenza audiovisiva senza pari. Le menzioni speciali di questa e della categoria cortometraggio vanno a due lavori che compendiano l’inclinazione “visionaria” dell’iridescenza con mezzi semplici e sincera ispirazione: e sono Seasonal Trasmutation Suite  di Mike Celona e Message from a Secret Lover di Vienne Chan [non disponibile online; alcuni video di Vienne Chan: http://www.artreview.com/video/video/listForContributor?screenName=1zg129wbnlbt1]. Con queste menzioni si è voluto tributare all’autore un riconoscimento per l’originale capacità di sintetizzare una suggestione personale, percettiva nel caso di Celona ed emotiva in quello di Chan, con l’uso delle tecnologie audiovisive in prima persona, in una realizzazione che pur rimanendo a bassa qualità, e forse proprio perché amatoriale, si estende al vissuto spirituale di ogni individuo. Anche nel caso dell’opera vincitrice della sezione cortometraggio – La Storia di Tich  di Diego Pascal Panarello – l’impianto formale del lavoro evoca un’intimità inversa al logos impersonale dei generi cinematografici in cui è la modulazione degli stereotipi a strutturare la narrazione. Qui, come in altri lavori della stessa sezione, tutto si gioca nella capacità di integrare i diversi livelli del medium audiovisivo nella durata ridotta e così condensare le tensioni strutturali dell’affabulazione: La storia di Tich lega la suggestione di una voce narrante ad un’atmosfera musicale onirica su cui si avvicendano animazioni, disegni, e riprese concrete in un continuum di suoni e visioni che in soli tre minuti e mezzo lascia lo spettatore come trasognato. Menzione speciale tardiva per Silica-Esc  di Vladimir Todorovic, opera di postmodernismo classico fondata sull’effetto straniante della decontestualizzazione di citazioni intellettuali da fonti disparate: il grande pregio di questa realizzazione, e anche il suo aspetto più precario, sta tutto nell’intenzione di dare un’anima a delle forme video costruite attraverso i linguaggi di programmazione senza scadere nella simulazione della funzione di default dei videogiochi o dei sistemi operativi. Tra le varie contingenze plausibili in un festival “a misura d’uomo” annoveriamo la decisione di annettere fuori concorso un video realizzato dalla giuria che funga da pubblica ammenda per un ruolo che rischia altrimenti d’instaurare relazioni di potere tra le figure implicate in questo tipo di eventi culturali [http://www.youtube.com/watch?v=MnTuHo-1yt4]. Ad una consimile intenzione si potrebbe ricondurre la partecipazione finanziaria di un soggetto artistico privato [http://www.thesecretlab.org/] e di tutti coloro che hanno deciso di contribuire nel loro piccolo a questo progetto, stregati dalla determinazione delle due sorelle sulle cui spalle poggia l’intera organizzazione: www.cronosferafestival.com.

Mario Calderaro

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