Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel ed altri scritti, postfazione di M.L. Boccia; e, Autoritratto. Accardi, Alviani, Castellani, Consagra, Fabro, Fontana, Kounellis, Nigro, Paolini, Pascali, Rotella, Scarpitta, Turcato, Twombly, prefazione di L. Iamurri, et al./Edizioni, Milano 2010 (pp. 129; pp. 318)

La Casa editrice et al. di recente fondazione ha dato avvio nel 2010 alla ristampa delle pubblicazioni di Carla Lonzi (1931-1982), storica e critica d’arte nata a Firenze, città dove si laurea con Roberto Longhi. Nelle vesti di critica indipendente si fa torinese: sono gli anni in cui Torino è una piccola metropoli in brillante fermento artistico. La Galleria civica d’arte moderna e le numerose gallerie private si fanno portavoce non solo delle sperimentazioni locali, ma anche delle novità internazionali. Lonzi contribuisce attivamente all’entusiasmo del momento, curando e presentando mostre collettive di artisti europei, americani e giapponesi (L’incontro con Torino) e personali degli artisti più innovativi (Paolini, Nigro, Merz, tra gli altri). Tra il 1969 e ’70, però, avviene un passaggio cruciale: la critica decide di lasciare l’ambiente a cui fino ad allora si è dedicata per affrontare pienamente la questione del femminismo. Ciò avviene subito dopo l’uscita di un libro provocatorio, il suo Autoritratto. Di lì a pochi mesi, la Lonzi, ormai trasferitasi a Roma,  firma il pamphlet Sputiamo su Hegel, dopo aver partecipato alla stesura del Manifesto di Rivolta femminile, insieme a Carla Accardi e Elvira Banotti.

Quale è dunque il senso della riproposizione di questi testi datati a trenta (Taci, anzi parla), quaranta anni fa? Prima di tutto va notato che il progetto editoriale non viene condotto secondo una  sequenza cronologica: il primo libro a essere dato alle stampe è Sputiamo su Hegel ed altri scritti, comprendente oltre al testo citato nel titolo, altri lavori firmati dalla sola autrice o dal collettivo Rivolta femminile come Sessualità femminile e aborto (1971), inviato nel 1975 alla redazione de “Il Corriere della Sera” – che non lo avrebbe pubblicato –  in risposta ad un articolo di Pier Paolo Pasolini. Sputiamo su Hegel (1970) – orecchiante il titolo del romanzo di Boris Vian, J’irai cracher sur vos tombes – si configura come presa di coscienza del fallimento dell’emancipazione femminile in quanto “concessione” offerta dalla struttura storica del dominio maschile. Attraverso un’attenta disamina della storia più o meno recente, la Lonzi affronta quanto del movimento femminista sia un derivato del monopolio della cultura dominante per chiarire: «La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi, ma un muoversi su un altro piano». Un insegnamento di critica radicale, dunque, ed un invito alla riflessione che vada oltre l’apparenza del reale, che dovrebbero essere ricordati più sovente, e ciò sia detto anche al di là della problematica specifica lì trattata. Tuttavia, la questione della condizione della donna e del suo abitare in un ambiente strutturato secondo leggi formulate da altri, non s’indirizza soltanto al “secondo sesso”, rimanendo ad oggi irrisolta e, sicuramente, scomoda.

Pubblicato nel 1969 dall’editore De Donato, Autoritratto segna l’apice della maturità della Lonzi critica e preannuncia il suo definitivo distacco dall’ambiente delle arti. Per la storia della critica d’arte esso rappresenta la concretizzazione della crisi della figura del critico: il libro è infatti strutturato secondo una sequenza di punti di vista, da frammenti di dialoghi che l’autrice ha registrato per vari anni negli studi degli artisti e ha poi trascritto senza alcun tipo d’intervento autoriale, se non quello compositivo. Sono i quattordici intervistati a parlare (Twombly in realtà non risponde, ma i suoi silenzi sono significativamente riportati), a commentare il proprio lavoro, così come fa la stessa Lonzi che vi inserisce le sue riflessioni sulla professione di critico d’arte. Attraverso l’uso del registratore, tale ruolo perde di ogni finalità. Per la Lonzi l’uso del mezzo meccanico ha rappresentato una sorta d’iniziazione, di risveglio veramente critico proprio nel momento in cui lei stessa si rifiuta di continuare a emettere giudizi. Di conseguenza, l’esperienza di Autoritratto anticipa quella totalizzante di Sputiamo su Hegel. Se la riproposizione di quest’ultimo s’inscrive in un contesto culturale che necessita di un ripensamento della figura femminile (a partire dalla metà chiamata direttamente in causa), in quale clima artistico viene ad inserirsi Autoritratto?

A sciogliere tale interrogativo, ci viene in aiuto un dibattito recentemente pubblicato nel numero di gennaio 2011 della rivista “Artpress”: Le succès de l’art contemporain a-t-il un prix? La questione del ruolo del critico d’arte si manifesta qui tuttora aperta ed irrisolta, come si evince dalle parole del giornalista di “Le monde”, Harry Bellet: «Les gens comme Pinault ont pris le pouvoir. Dans les années 1960, Pierre Restany, critique, pouvait dire: “J’ai une influence dans le monde de l’art, j’ai créé un mouvement”. Aujourd’hui, je ne vois pas quel critique, quelle personne réfléchissant et écrivant sur l’art – je définis le critique ainsi – pourrait en dire autant. Marc Spiegler, qui était un très bon journaliste et qui est devenu un bon directeur de foire – il dirige celle de Bâle -, a écrit il y a quelques années, avant de mal tourner, un texte que je considère fondamental, Do art critics still matter ?, qui, je pense, est presque un manifeste ». Al di là del riferimento bibliografico relativamente recente (2005) e il cui autore non si può considerare un critico d’arte a tutti gli effetti, è chiaro che la figura del critico abbia perso negli ultimi anni la propria aura.

Con Autoritratto, Carla Lonzi si spoglia delle vesti di critico poiché non accetta «di misurare la creazione con la cultura», ossia la culturalizzazione dell’opera d’arte, processo che allontana quest’ultima dall’umanità a cui si rivolge. Nel XXI secolo, invece, il critico cosciente della crisi in cui versa la sua attività è obbligato a reinventarsi. Succede, dunque, che Thomas Boutoux chieda all’artista Guillaume Leblon di prestarsi a scrivere il catalogo insieme; ne nasce una pièce teatrale che mette in scena il critico e l’artista che discutono del sistema di cui sono parte. Il critico si fa artista, essendo questa l’unica via, come insegna la Lonzi, per riconquistare «l’atto critico completo e verificabile».

L’altra alternativa, tuttora valida, viene fornita da un collega torinese della Lonzi, Paolo Fossati che, nel recensire il libro appena uscito secondo una lettura in chiave strutturalista e pur condividendo il sentimento di «crisi di significato che attraversa il far critica», conclude: «Il critico come artista è un vecchio discorso, ma oggi mi pare che una simile metamorfosi indichi sul serio il peggio: quel trasformismo dell’intellettuale che preferisce mutare ruolo piuttosto che scontare fino in fondo il rischio e l’improbabilità del ruolo che si trova a gestire» (“Nac”, dicembre 1969). Carla Lonzi, d’altra parte, è pronta ad affrontare il rischio, ma non più in qualità di critica d’arte, bensì di femminista.

 Miriam Panzeri

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