Andrea Rabbito, L’illusione e l’inganno. Dal Barocco al cinema, prefazione di M. Missiroli, Bonanno Editore, Acireale – Roma 2010 (pp. 198)

«La mia carriera è incominciata con un falso, l’invasione dei marziani. Sarei dovuto andare in prigione. Non devo lamentarmi. Sono finito a Hollywood!». Con queste parole sardoniche e beffarde il “regista-prestigiatore” Orson Welles dà inizio al labirintico viaggio attraverso il quale in Verités et mensonges conduce – novello Virgilio – lo spettatore, pungolandolo a prendere coscienza del nesso profondo che unisce l’arte alla mistificazione e all’inganno. E, se «l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità», come sostiene Theodor W. Adorno in Minima moralia, con evidenza ancor maggiore tale si rivela essere il cinema, ponendosi di fatto e di diritto come il più complesso e tentacolare artefatto culturale creato dall’uomo, autentica summa di tutte le esperienze precedenti e meravigliosa forma di “spettacolo totale” che è nel contempo sublime e perfetta illusione. Giocando con le immagini e manipolandone il significato, esso mira in ultima istanza proprio a trascinare il pubblico in una dimensione tanto fittizia quanto credibile, un altrove fondato sulle sorprendentemente ferree leggi del falso. Un risultato che persegue e realizza avvalendosi di tecniche raffinatissime, ereditate peraltro da insospettabili progenitori, a cominciare dalla pittura: non è infatti il cinema già di per sé una forma di trompe-l’œil – si rammenti l’effetto prodotto durante le prime proiezioni de L’Arrivée d’un train en gare de la Ciotat dei fratelli Lumière, quando il pubblico urlava e fuggiva al sopraggiungere del treno sullo schermo? Proprio sulle remote origini di simili artifici e sulla vocazione “mistificatoria” dello spettacolo filmico, magica fabbrica di sogni e di universi, di miraggi e di chimere, è incentrato l’illuminante e per certi versi irriverente e persino rivoluzionario saggio di Andrea Rabbito, L’illusione e l’inganno. Dal Barocco al cinema, primo volume di “Xanadu”, collana diretta da Franco Prono e Steve Della Casa. L’autore, ricercatore in cinema, fotografia e televisione presso l’Università degli Studi “Kore” di Enna, procede a una disamina arguta e minuziosa, fondata su un apparato critico imponente, rielaborato con sapiente originalità, degli stratagemmi adottati nel corso degli anni dalle varie arti per sedurre, ingannare e “stregare” gli spettatori, fino a individuare la sorgente primigenia del “principio cinematografico” in una complessa e articolata elaborazione maturata addirittura nell’antica Grecia e perfezionata con sottile raffinatezza in epoca barocca. Cruciali si dimostrano in tale prospettiva le riflessioni di Platone, e in particolare quelle sull’essere e sull’apparire, così ben esemplificate nel celebre mito della caverna: la sua manifesta sfiducia nei sensi, per natura fallaci e schiavi della menzogna, e la sua scarsa considerazione nei confronti di una “realtà” alla quale attribuisce un’assai ridotta consistenza ontologica eserciteranno infatti un influsso decisivo sulla nascita e lo sviluppo delle teorie estetiche caratteristiche del XVII secolo, la cui ipostasi artistica più compiuta si concretizzerà in Las Meninas, l’opera forse più inquietante di Diego Velázquez, nella sua travolgente carica innovativa che si erge a simbolo perfetto della rappresentazione moderna. Teso a istituire «un inedito rapporto tra rappresentazione e mondo esterno, e creare così una ludica confusione tra realtà e finzione», il dipinto si pone a remoto antesignano della «ricerca di illusione e di inganno che la rappresentazione fotografica e cinematografica erediteranno e faranno propri», fino a soddisfare, appunto con il linguaggio filmico, quel desiderio di illusione totale sorto nel campo delle arti con l’ingresso nell’epoca moderna. Un inganno perfetto il cui trionfo è sancito dai più recenti sviluppi della settima arte e in particolare dall’avvento di nuove tecniche quali il 3D, tanto sospirato e agognato da un pubblico ansioso di perdersi nei labirintici e vorticosi meandri di un mondo dove tutto è possibile; perché in fondo, come idealmente ci spiega John Cutter (Michael Caine) in The Prestige di Christopher Nolan, «ora state cercando il segreto ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati».

Aelfric Bianchi

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